gentleman

Socks…dove li metto?

Nelle ultime settimane, l’alternarsi di giornate belle e soleggiate con altre più dal sapore autunnale hanno creato dei piccoli “crash” nel mio guardaroba. Nulla di preoccupante, sia chiaro, la giornata va avanti lo stesso, però mi sono ritrovato spesso davanti all’armadio con la classica domanda: “come mi vesto”? 

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Già, perché se al mattino la necessità è quella di coprirsi fino alle orecchie, in pausa pranzo succede che, uscendo dall’ufficio ci si senta fuori luogo, avvolti in sciarpe e giacche imbottite. Per questo il suggerimento è quello di scegliere, in questi periodi un abbigliamento che potremmo definire “a strati”, così da avere al mattino un’adeguata copertura, ma che sia anche facilmente trasformabile per le ore più calde della giornata. Tutto questo per dire che oggi vorrei parlare di…calzini e forse se la prendo un po’ alla larga è proprio perché in questa stagione si hanno più dubbi nel rispondere alla domanda, quale calzino? Non voglio tediarvi sulla storia del calzino, su come e quando è nato e sulle prime forme di espressione di questo elemento dell’abbigliamento maschile. Facciamo direttamente un salto nella storia ed arriviamo ai giorni di oggi, dove il calzino, a differenza del lontano passato storico, è coperto dai pantaloni, limitandosi ad occhieggiare da sotto il risvolto inferiore.

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La tendenza è tuttavia quella di mettere sempre più in mostra il calzino come conseguenza dell’accorciamento ormai sdoganato dei pantaloni da uomo, ricordate? Questo porta, per un verso a dover porre ancora maggior attenzione nella scelta della calza giusta, ormai in bella mostra in qualunque “outfit” maschile di tendenza, dall’altra apre scenari nuovi sul fronte della valorizzazione che la calza può apportare nella “costruzione” del proprio look. C’è poi un vento di novità sceso dal nord (si sa la moda, geograficamente parlando, scende sempre e non sale mai!) che vuole la caviglia dell’uomo priva della calza, anche ed addirittura in “outfit” assolutamente formali, laddove le regole classiche del bel vestire vengono messe in totale discussione. Non entro nel merito di quest’ultima scelta poiché la moda è effimera e ciò di cui oggi ci affanniamo a discutere domani è già cambiato. Però mi piace ricordare la differenza tra moda e stile…la prima passa, mentre lo stile non dovrebbe mai abbandonare il vero gentleman…. ma qui inizia la palude del soggettivismo, per cui oltre non mi sento di andare.

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Se siete tra coloro che la calza la mettono e, salvo i casi consentiti in cui la possiamo lasciare nel cassetto, come ad esempio in vacanza al mare, vorrei lasciarvi poche regole che aiutino a capire come scegliere quest’accessorio spesso sottovalutato del nostro abbigliamento. 1) La calza deve sempre essere lunga: se dovessimo dimostrare un teorema questo dovrebbe essere l’assunto iniziale, ossia nelle nostre ipotesi non vi è l’opzione calza corta! Perche? Se vi state chiedendo il perché vuol dire che almeno una volta nella vita ci siete caduti…spero solo che non fosse stata anche bianca 🙂 e così introduciamo anche il 2) assunto della nostra teoria…la calza bianca andrebbe messa solamente per praticare certi tipi di sport (Es. tennis) oppure se è l’uniforme a richiederla (Es. Marina Militare in estate, Infermiere, etc.). Punto… non esistono altri casi in cui è concessa. Alcune foto valgono più di mille risposte…

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Potrei fermarmi qui lo so, perché richiamando i due assunti appena citati ho già messo in crisi buona parte del pubblico maschile, ma spero anche di aver preso un piccolo plauso da quello femminile, stanco di vedere i propri partner con queste due macchie bianche sotto i pantaloni, per di più corte!! Torniamo a noi, e tocchiamo il tema, a mio avvivo più importante, ma anche più difficile da interpretare, ossia quello legato al modo di abbinare il calzino con il resto dell’outfit. Punto di partenza è che anche un bel look può essere rovinato da un calzino fuori luogo ed a meno che non ci chiamiamo Luca Giurato, dobbiamo fare molta attenzione! Anche il calzino “di qualità”, se messo sotto l’abbigliamento sbagliato può creare una distonia cromatica che rovina anche le migliori intenzioni. Per cui, se pensiamo al calzino come qualcosa di invisibile che serve per coprirci e che nessuno noterà, siamo sulla strada sbagliata. Prima o poi ci dovremo sedere, magari di fronte ad altre persone, per non parlare dei casi in cui ci dobbiamo spogliare davanti a qualcuno! Lo sapete che la libido di una donna scende vertiginosamente davanti ad un bel calzino corto di spugna bianco… 😉

Accostamenti ed abbinamenti cromatici: l‘ideale, nella scelta della calza sarebbe quella di selezionarla al mattino insieme al resto del nostro abbigliamento, magari adagiando il tutto sul letto e vedere se gli accostamenti cromatici funzionano. Inoltre, da sapere che le calze di lana non si abbinano bene ad un abito di cheviott, ossia quella lana filata a trama grossa, ma si abbinano meglio ad una abito in lana pettinata. E distinguendo tra la lana, una calza di medio spessore si abbina bene ad un pantalone di flanella, mentre una calza di lana più spessa a coste (o anche liscia)  si abbina ottimamente ad un pantalone di tweed. Per l’abbigliamento formale è da preferire la calza più leggera, possibilmente in filo di scozia, mentre per l’outfit sportivo ci possiamo divertire un po’ di più, sia a livello di pesantezza del tessuto che di trama.

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Inoltre il vero gentleman dovrebbe scegliere le calze da solo, sapendo che il tessuto può essere in cotone, in lana, o seta, e che l’abbinamento “giusto” non dipende solamente dalla scarpa ma anche dalla giacca, dalla camicia ed a volte addirittura dalla pochette. Se poi siamo indecisi un consiglio è quello di scegliere sempre i colori delle calze, con gli stessi criteri consigliati per la scelta delle cravatte: tinta unita (blu, bordeaux, marrone scuro, grigio, verde bottiglia) oppure con disegni molto piccoli e vedrete che sarà molto difficile sbagliare. Una volta presa un po’ di dimestichezza e scalato le classifiche nel mondo “Gentleman”, potrete spaziare tra righe, quadri, rombi, e scegliere di volta in volta la propria calza, in modo tale che diventi un plus ed un trait d’union tra i vari elementi del nostro abbigliamento, rendendolo particolare ed appropriato in ogni circostanza.

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Infine piccolo suggerimento, le calze non vanno indossate ancora umide ed vanno arrotolate verso il basso prima di infilarle. Il lavaggio va fatto senza aggiungere additivi chimici all’acqua, usare solo il sapone; quelle di lana vanno lavate con acqua fredda e con saponi idonei.

Alla prossima

Aboutaman

Shoes care: shining process

Cari lettori, oggi vorrei soffermarmi sulle nostre scarpe, e così dopo aver parlato in un precedente articolo di modelli e tipologie, cerchiamo di capire come mantenerle belle e splendenti, così da farle sembrare sempre come nuove. La scelta è caduta su una scarpa in pelle di vitello, nello specifico una classica “oxford brogue”. 

Gli strumenti (tools) che ci aiuteranno nel nostro compito sono:

  • Spazzole: almeno due, di cui una da usare solamente nella prima fase, ed una per rimuovere la crema dalle scarpe.
  • Spazzolino: almeno uno per passare il lucido o crema che dir si voglia.
  • Cera d’api.
  • Panno in pelo d’agnello o anche sintetico in mancanza dell’Agnello 😉
  • Alcool e nylon.
  • Un’oretta di tempo

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Dopo esserci riforniti per bene di tutto l’occorrente (gli strumenti di lavoro, in ogni campo sono fondamentali 😉 ) accendiamo un po’ di musica (magari classica) ed iniziamo a dare nuova vita alle nostre amate scarpe 🙂

1) Rimuoviamo la polvere con una spazzola (da usare solo per quest’operazione).

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2) Con uno spazzolino spalmiamo un leggerissimo strato di crema nutriente del colore della scarpa. Questo passaggio renderà la scarpa opaca.

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3) Rimuoviamo con veloci ed energiche spazzolate la crema dalla scarpa, per renderla più ludica.

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4) Passiamo delicatamente il panno in pelo di agnello sulla scarpa per rimuovere eventuali segni delle precedenti spazzolate. In alternativa un panno in lana andrà bene lo stesso 😉

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5) Con un panno arrotolato sulle dita, prendiamo una piccola quantità di acqua e whisky (o alcool) e di crema solida per lucidatura. Passiamo il panno imbevuto sulla scarpa con movimenti circolari e centrifughi e aggiungiamo qualche goccia d’acqua finché la scarpa non è lucida quanto si desidera (tempo: circa 20 minuti per paio). 

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 6) Infine, l’ultimo passaggio (eventuale) è quello di lucidare la scarpa con del tessuto di nylon (ad es. calza da donna) in modo da ottenere un effetto “a specchio”.

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 Che ne dite? Sono lucide? Bene, ora mettetele ai piedi ed andate alla conquista del mondo!

Alla prossima 😉

Aboutaman

 

Ph Credits: thebespokedudes

Taste of sea…

Il calendario segna primavera ma nell’aria c’è già voglia d’estate e così ecco qualche scatto in riva al mare…temperatura 18° e leggera brezza ancora non invitano alla prova costume, ma ho avuto la sensazione di “evadere” dal cemento della città e spero di trasmettere anche a voi un po’ di questo “taste of sea”. 😉

Enjoy!

Wearing:

Pants: #Henry cotton’s tailored
Shirt: #Erreffe Rome  tailored 
Raincot: #Henry cotton’s double face
Shoes: #Church’s  blakeney brown
Cardigan: #Fire Trap 
Belt: #Eredi Pisanò
Sunglasses: Assoluto “my way”

Aboutaman

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“Tie or not tie”….this is the problem

La cravatta, così come la vediamo oggi è frutto di una lunga evoluzione storica che l’ha fatta divenire da oggetto di utilità ad oggetto ornamentale, o “accessorio” che dir si voglia. Oggi infatti, non troviamo più, nell’abbigliamento maschile, un ruolo “attivo” della cravatta che non sia quello di renderci più eleganti, quasi a sigillare, se mi passate il termine, il colletto della camicia e farci sentire “a posto”. Ma quali sono le origini e soprattutto l’evoluzione che ha portato la cravatta a diventare un simbolo indiscusso dell’eleganza maschile?

Così come un calzolaio vi dirà che dalle scarpe si capisce una persona, io penso che dalla cravatta, dal modo di annodarla, di portarla, (lasca o ben annodata) dal suo colore, tessuto possiamo capire chi abbiamo davanti. Se infatti la cravatta è un simbolo, può esserlo sia in positivo che in negativo, pertanto non ci improvvisiamo a conoscitori di tessuti, di nodi o di abbinamenti vari, perché il passo da uomini eleganti a uomini ridicoli è breve!

Cenni storici: C’è chi fa risalire la cravatta ai tempi dell’impero romano, allorquando i legionari la usavano per motivi igienici o climatici come pezzo di stoffa legato intorno al collo, con il nome di ” focale”.

Tuttavia mi sembra più realistico associare il concetto moderno di cravatta al XVII secolo, quando fece la sua timida comparsa con i mercenari croati durante la guerra dei trent’anni e quando, nel 1661 Luigi XIV istituì la carica di “cravattaio” del re, gentiluomo cui era assegnato il compito di aiutare il sovrano ad abbellire ed annodare la cravatta.

E’ però solo nel XX° secolo, che la cravatta avrà la sua consacrazione, e assumerà le vesti con cui oggi la conosciamo. Infatti è nel 1925 che il cravattaio americano Jesse Langdorsf brevettò una cravatta lunga, meno sgualcita e più stabile, e soprattutto fu il primo a tagliare il tessuto con un angolo retto rispetto alla direzione della trama invece che parallelamente. Il brevetto fu registrato sotto il marchio “Resilio” ed a partire da quel momento nella creazione di cravatte è cambiato ben poco. I prodotti si differenziano soltanto per quanto riguarda la qualità dei materiali e del rinforzo, nella quantità del tessuto lavorato e la percentuale di lavoro fatto a mano.

download (2)download (1)La cravatta come simbolo: tranne che per il periodo degli anni sessanta e settanta, in cui la cravatta è stata associata al simbolo della classe dominante e indicatore di idee civili, la cravatta è sempre stata un accessorio neutrale. A maggior ragione oggi, chi sceglie di indossare la cravatta, lo fa volontariamente e senza una sovrastruttura ideologica, ed anzi, si nota un ritorno anche delle nuove generazioni a riscoprire la cravatta, magari in stile “preppy”, ossia impersonando quella sub-cultura nata negli States durante gli anni ’70 all’interno delle preparatory school, ossia quelle scuole che indirizzavano i ragazzi agli studi superiori, da cui appunto il nome di “preppy”. La cravatta sta vivendo una seconda giovinezza.

Tessuto: Le migliori cravatte sono interamente realizzate in seta. Fra tutti i tessuti nessuno possiede caratteristiche in termini di resistenza, brillantezza e flessibilità più adatti alla realizzazione di cravatte. Detto questo, esistono anche cravatte in lana e/o cachemire, che si sposano benissimo con tessuti invernali come flanelle e “tweeds”, e sul versante estivo cravatte in lino, misto lino/seta e “popeline irlandese” (misto seta e lana). Per quanto riguarda l’interno, la fodera in lana è un “must” che rende possibile non solo la realizzazione di bei nodi, ma permette anche alla cravatta di ritrovare rapidamente la forma originaria una volta sciolto il nodo. Le buone cravatte sono realizzate a mano, e se parliamo di cravatta di alta categoria, questo punto non è assolutamente negoziabile: una cravatta così realizzata non è mai né rigida né inerte, ma, al contrario, sempre morbida e liscia. Se, ciò nonostante, la cravatta non è realizzata integralmente a mano è fondamentale che almeno la piega della parte interna sia fermata, alla due estremità, da un punto cucito a mano, e così anche la cucitura della “colonna vertebrale” deve essere particolarmente fluida (tecnica chiamata “slip stitch”), in modo da lasciare alla cravatta quella libertà necessaria affinché possa ritrovare facilmente la sua forma.

Curiosità. Se sul retro le due parti della colonna vertebrale sono cucite in modo molto serrato, quella che avete di fronte è una cravatta di qualità mediocre realizzata a macchina. In compenso, se la cucitura vi sembra un po’ lassa significa che è stata fatta a mano e quindi la cravatta è realizzata secondo le regole tradizionali dell’arte sartoriale.

Il lato interno di ogni estremità (“tipping”) dovrebbe essere del medesimo materiale della cravatta stessa. Sulle cravatte di qualità queste non sono nemmeno ricoperte, dato che la cravatta è realizzata integralmente a partire di un “carré” di seta piegato sette volte, senza fodera, in modo che sia la seta stessa a fornire spessore all’oggetto.

Purtroppo oggi, i costi di produzione in continuo rialzo e la concorrenza cinese hanno contribuito a far si che l’interno della cravatta sia fatto in altro materiale più economico.

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Pertanto, scendendo di un gradino la scala della qualità troviamo le cravatte chiamate “quattro pieghe” (double four foulds), dall’apparenza simile alle “sette” pieghe, con la differenza che utilizzano meno seta, che sono foderate e le estremità sono ricoperte. Evidentemente, queste raffinatezze sono esclusivamente psicologiche, dato che solo colui che indossa la cravatta è in grado di notare queste differenze, ma come detto in altre occasioni il vero lusso è ciò che gli altri non vedono 😉

Larghezza della cravatta: la larghezza di una cravatta inglese tradizionale è di 3 pollici e ¼ (8,2 cm), anche se in Italia spesso preferiamo cravatte più larghe, rischiando a volte di esagerare. Il limite superiore, da non superare mai è 4 pollici (10,2 cm), oltre siamo al circo!!

Quando si tratta di scegliere quale cravatta portare con quale camicia o quale giacca, due cose devono essere prese immediatamente in considerazione: il colore e il livello di formalismo. Per quanto riguarda il colore, quello predominante nella cravatta dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, oppure essere complementare ai due, come una cravatta gialla portata con un “blazer” blu e una camicia blu e bianca.

pal2palSe la vostra cravatta presenta due o più colori di densità uguale, allora almeno uno di questo dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, e gli altri non dovranno aggredire i colori di queste. Le cravatte con tre o più colori sono ammesse unicamente se accompagnate da abiti dai toni particolarmente discreti. Per tutto il resto, c’è sempre il circo!! 😉

Per quanto riguarda invece il livello di formalismo necessario, uno degli assiomi di partenza è che le cravatte scure sono più formali di quelle più chiare. E che qualunque sia il tipo le cravatte di seta sono sempre più formali di quelle fabbricate in lino, in lana o in cachemire.

Le cravatte in tricot con un fondo dritto sono le meno formali di tutte e si abbinano bene con i colli “button-down” e delle giacche sportive, o dei completi informali in tweed.

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Le cravatte club, con dei piccoli disegni su fondo unito, sono le successive sulla scala del formalismo. Se le insegne sulla cravatta rappresentano un club specifico o una scuola della quale non avete mai fatto parte, non dovreste indossarla.

Qui sotto, da sinistra a destra le cravatte regolamentari dell’università di Liverpool, della Royal Air Force e dell’università di Cardiff.

Le cravatte a righe (o regimental) sono, in generale, abbastanza informali, ma tutto dipende dal modo con il quale sono portate e dal colore, perché possono anche raggiungere buoni livelli di formalismo. Molto versatili, si sposano a meraviglia con le camicie a quadri, e dovrebbero far parte di ogni guardaroba maschile, dato che possiedono due qualità non trascurabili: quella di snellire i volti troppo larghi e di affilare quelli troppo dolci. Nate in Inghilterra come simbolo di appartenenza a uno specifico reggimento militare, (da cui il nome di regimental) o a una particolare scuola, ne esistono ovviamente di fantasia, senza alcun collegamento con alcuna istituzione esistente.

La scelta migliore in tema di regimental è, a mio avviso, di portare le regimental c.d. “italiane”, che non solo non hanno alcun legame con particolari scuole o unità militari, ma sono anche caratterizzata da una variazione nell’intensità delle righe, facendone variare la dimensione. Al contrario, le righe inglesi sono sempre uniformi e realizzate con del Reps di seta.

Curiosità. Tradizionalmente, le righe devono scendere da sinistra verso destra (dal punto di vista di colui che indossa la cravatta), ma alcune “maisons” come la statunitense Brook Brothers propone espressamente cravatte con motivo invertito, dunque da destra verso sinistra, per distinguersi dai britannici.

 Se siete arrivati fino a questo punto vorrete però sapere come si annoda una cravatta, giusto?? Richiesta legittima, che esaudirò in uno dei miei prossimi articoli!

Dimenticavo…un consiglio per il gentil sesso…”Dite ad un uomo che vi piace la sua cravatta e vedrete la sua personalità schiudersi come un fiore”.

Per i maschietti è sempre valido il buon Oscar Wilde…”Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita”.

Alla prossima!

Aboutaman

 

 

 

 

 

 

 

Intervista a Valentino Ricci co-fondatore di “Sciamàt”

Oggi ho l’onore di inaugurare questa sezione dedicata ai personaggi che reputo più influenti e interessanti del mondo della moda e della sartoria, con l’intervista rilasciata da uno dei più grandi ed eleganti “maestri” della sartoria contemporanea, capace di creare uno stile che non trova un geometrico posizionamento all’interno della scuola napoletana o inglese, ma che, anzi si è imposto come uno stil novo, originale e fonte di ispirazione per molti altri sarti italiani ed internazionali.

Ci eravamo lasciati nel precedente articolo l’abito sartoriale con alcuni quesiti che riguardavano le varie differenze tra scuole di sartoria e sopratutto ci siamo chiesti cosa distingue un abito fatto “in serie” da uno “sartoriale”.

La principale differenza la troviamo nell’astratta impossibilità per il primo capo di appartenere morfologicamente al suo acquirente e, viceversa, anche a dispetto di qualche piccola imperfezione, nell’astratta capacità del secondo di potersi innestare quasi biologicamente al corpo del suo committente. Astratta perché non è da escludersi che un capo fatto “in serie” possa coincidere col corpo di chi lo compra e che un capo “sartoriale” – o perché male eseguito o perché male commissionato – possa restare slegato dal suo destinatario.

Altra grande differenza tra i capi in serie e quelli sartoriali sta nella impossibilità di imprimere ai primi quel gusto personale che dovrebbe caratterizzare sempre lo stile dei secondi. Anche qui uso il condizionale non a caso, ma proprio perché, al di là di un più generale concetto di gusto c.d. “inglese” o “napoletano” , nessun sarto è riuscito in particolare a caratterizzare agiograficamente le sue creazioni al punto da attirare a se una clientela desiderosa di vestire partendo da una nuova premessa stilistica e modellistica. Infatti, fermandoci un attimo a riflettere, esistono differenze stilistiche e/o modellistiche tra i vari e numerosi sarti napoletani? E’ astrattamente possibile attribuire la specifica paternità di uno o più vestiti cuciti a Napoli senza andare a leggere l’etichetta interna?  E’ differente, cioè, l’abito del sarto napoletano Tizio da quello del sarto napoletano Caio? No!

A Napoli tutti i sarti cucinano lo stesso piatto. E così succede a Milano e a Londra.

Pertanto, se si può parlare di differenze fra la scuola napoletana e quella milanese e/o inglese, non è possibile evidenziare differenze sostanziali fra i vari appartenenti alle diverse e predette scuole e non si può attribuire a nessuno di loro capacità distintive degne di nota.

Ma è da chi e da dove non ti aspetti che arriva un esempio di gusto, di stile  e di modello che esce fuori da ogni schema e che sta dando un forte scossone a questa sartoria stanca e noiosa.

E’ Valentino Ricci, un avvocato pugliese che con il suo ormai famoso marchio Sciamàt, più che restaurare una vecchia immagine di vestito, ne ha proposta una completamente nuova e originale.

Si parte con le spalle, la cui linea appare concava e non tristemente  convessa, e si prosegue con tutta una serie di innovazioni che hanno portato Sciàmat a diventare  in poco tempo un brand riconoscibile in tutto il mondo.

E’ una storia di gusto che, contaminato da una deformazione professionale, vede un brevetto per ogni dettaglio e che, come accade per tutti i grandi, a dispetto dei suoi imitatori e falsi profeti, registra clienti che arrivano in Puglia da ogni parte del mondo. Ed è una storia così interessante che ho raggiunto telefonicamente il suo principale protagonista per avere maggiori informazioni utili a capire cosa rende unici al mondo i suoi abiti e le sue giacche.

D: Come nasce Sciamàt, e cosa l’ha spinto a cambiare vita e lavoro, avendo fatto studi giuridici?

R: Sciàmat nasce per assecondare una personale passione che ho sempre avuto per gli abiti di sartoria e prende vita nel momento in cui decede il sarto a cui avevo affidato la costruzione dei miei personali vestiti dal 1985 al 1998 e mi ritrovo orfano della possibilità di proseguire, dal punto in cui ero arrivato e con chicchessia altro sarto, il mio percorso sartoriale.
Dopo quindici anni e non so quanti vestiti sbagliati mi convinsi, infatti, che solo aprendo io una sartoria e mettendo il sarto “a stipendio” avrei potuto fargli fare esattamente l’abito che avevo in mente,  senza dover continuare a lottare con quei pregiudizi che un qualsiasi sarto “autonomo” è abituato ad opporti o quando tende ad andare ultra petitum o, più ricorrentemente, quando non è capace di fare quello che di nuovo per lui può venirgli richiesto. phpThumb_generated_thumbnailjpg (1)phpThumb_generated_thumbnailjpg (6)Pur parendomi buona e sensata l’idea del “sarto a stipendio”, mi resi conto, al 4^ anno di attività, che nessuno dei sarti che si erano avvicendati alle mie dipendenze era capace di farsi da parte e di eseguire con scevra maestria e nuda professionalità il progetto vestimentario affidatogli di volta in volta, e sempre mio tramite, dai diversi clienti che mi onoravano della loro committenza. Mi armai di coraggio,  mi confrontai con nessun altro se non con me stesso e decisi che era giunto il momento di aggiuphpThumb_generated_thumbnailjpgngere le mani alla faccia che avevo messo sino a quel momento nella mia attività, e che questa da secondaria che era, sarebbe diventata, più che primaria, l’unica e sola.
Come avevo sino ad allora sempre visto fare, stesi un taglio di stoffa sul tavolo da lavoro, ne controllai il verso, vi posizionali a filo dritto il mio cartamodello che segnai a gesso e tagliai per la prima volta un (mio) vestito. E mentre mi sembrava di aver fatto tutto quanto andava fatto, mi resi conto che “il dietro” della giacca lo avevo segnato e tagliato senza “rimesso al fondo”; così trovandomi nella necessità di ordinare un altro metro di stoffa per un “dietro” nuovo, ma allo stesso tempo colla certezza che da quel momento nessun altro avrebbe mai più tagliato un vestito nella mia sartoria. E’ vero, come Lei stesso dice quando mi fa la domanda, che cambiarono la mia vita e il mio lavoro e che persero senso quasi completamente i miei studi giuridici, ma, a dispetto di tutti i sarti esistenti, è anche vero che da allora si accese una originalissima stella nel firmamento della sartoria mondiale: Sciamàt!

 D: Come potrebbe definire il suo stile? E’ possibile ricondurlo alla tradizione   sartoriale napoletana?

R: Lo stile Sciàmat non vuole, non può e non deve essere ricondotto ad alcuna tradizione sartoriale. Il mio stile, infatti, è frutto soltanto di una personalissima ed originale idea di vestito che – debbo essere sincero – pare essere molto condivisa sino ad essere diventata, questa si, fonte di inspirazione per molti.
Al fine di escludere ogni possibilità  di ricondurre il mio stile a quello napoletano, posso dire che a Napoli la I^ "pinces" sul davanti della giacca arriva fino al fondo, mentre nel mio caso muore quando  inizia la tasca; inoltre non conosco sartorie napoletane che indirizzano il "cran" a 90 gradi, come faccio io da sempre; a Napoli la “scolla” (rectius linea di cucitura che unisce collo e petto) ha una direzione diversa dalla linea di cucitura delle spalle, mentre nel mio caso le due linee sono parallele; a Napoli, proprio in consiphpThumb_generated_thumbnailjpg (9)derazione della direzione della “scolla”, il collo lascia ai "revers" libertà di movimento verso il basso, mentre nel mio caso i "revers" restano sempre fermi dove li inchiodo col collo; a Napoli i rimessi della manica  vengono sottomessi a quelli della spalla e, assieme a questi, girati sotto la spalla medesima, mentre nel mio caso avviene l’esatto contrario; a Napoli non si sono mai visti (al di là di qualche vile e recente tentativo di copia) spacchi posteriori fermati a più di 30 cm dal fondo come, invece, è sempre avvenuto nel mio caso; a Napoli sempre a dispetto di millantate quanto bizzarre, vacue e banali pretese di simili anteriorità, non si sono mai viste (esclusi i soliti vili e recenti tentativi di copia) forme di tasca a toppa come quelle inventate e brevettate dal sottoscritto; a Napoli non si nono mai viste e/o prodotte giacche con spalle concave, pur assolutamente prive, come nel mio caso, di ogni relativa imbottitura; così come non si sono mai prodotte giacche prive di ogni e qualsivoglia sostegno interno che, purtuttavia, e come nel mio caso, sono capaci di restare educate e composte quando le tieni addosso a differenza di quelle tante giacche talmente piene all'interno da sembrare soltanto corazze o scafandri e, comunque, incapaci di tenere quella compostezza.
Con ciò mi auguro di essere riuscito a dimostrare come Napoli non sia la fonte ispiratrice del mio stile che, assai più modestamente, trae sostanza dalla mia personalità e sintetizza il bagaglio esperienziale che la nutre. Ciò non significa che Napoli, al pari di Londra, non rappresenti una tradizione sartoriale unica e degna sul serio di essere definita tale e piena di una serie di segreti talmente irriducibili che la loro valenza saràper sempre.

D: Cosa pensa in merito al futuro della sartoria italiana tenuto conto dell’apertura dei mercati?

R: Il futuro della sartoria italiana dovrebbe essere il più roseo, specie se si tiene conto dell’apertura del mercato, eppure sembra quello Atelier 2esposto al peggiore dei rischi, giacché, se non interviene un cambio di mentalità, di abitudini e di costumi, rischia l’estinzione, potendosi trovare già con i nostri figli priva di alcun senso, rispetto ad abitudini vestimentarie che, per la verità, penso siano già oggi più definitive di quanto non sembri.

bn_sciamat_eventsluis_wl_7023D: Se dovesse in tre aggettivi descrivere il suo stile, quali sarebbero?

R: Aristocratico, sensuale, originale.

Un ringraziamento particolare a Valentino Ricci, vero Gentleman di altri tempi, per il tempo dedicatomi e la passione che mi ha trasmesso con le sue parole ed il suo lavoro.

Spero quest’articolo Vi sia piaciuto, quanto a me ha emozionato scriverlo, arricchendo con una nota di eleganza questa mia modesta finestra sul mondo del bel vestire 😉

Stay bespoke!

Aboutaman 

okdscn7903_1Ph credits: http://www.sciamat.com