Sciamàt

Intervista a Valentino Ricci co-fondatore di “Sciamàt”

Oggi ho l’onore di inaugurare questa sezione dedicata ai personaggi che reputo più influenti e interessanti del mondo della moda e della sartoria, con l’intervista rilasciata da uno dei più grandi ed eleganti “maestri” della sartoria contemporanea, capace di creare uno stile che non trova un geometrico posizionamento all’interno della scuola napoletana o inglese, ma che, anzi si è imposto come uno stil novo, originale e fonte di ispirazione per molti altri sarti italiani ed internazionali.

Ci eravamo lasciati nel precedente articolo l’abito sartoriale con alcuni quesiti che riguardavano le varie differenze tra scuole di sartoria e sopratutto ci siamo chiesti cosa distingue un abito fatto “in serie” da uno “sartoriale”.

La principale differenza la troviamo nell’astratta impossibilità per il primo capo di appartenere morfologicamente al suo acquirente e, viceversa, anche a dispetto di qualche piccola imperfezione, nell’astratta capacità del secondo di potersi innestare quasi biologicamente al corpo del suo committente. Astratta perché non è da escludersi che un capo fatto “in serie” possa coincidere col corpo di chi lo compra e che un capo “sartoriale” – o perché male eseguito o perché male commissionato – possa restare slegato dal suo destinatario.

Altra grande differenza tra i capi in serie e quelli sartoriali sta nella impossibilità di imprimere ai primi quel gusto personale che dovrebbe caratterizzare sempre lo stile dei secondi. Anche qui uso il condizionale non a caso, ma proprio perché, al di là di un più generale concetto di gusto c.d. “inglese” o “napoletano” , nessun sarto è riuscito in particolare a caratterizzare agiograficamente le sue creazioni al punto da attirare a se una clientela desiderosa di vestire partendo da una nuova premessa stilistica e modellistica. Infatti, fermandoci un attimo a riflettere, esistono differenze stilistiche e/o modellistiche tra i vari e numerosi sarti napoletani? E’ astrattamente possibile attribuire la specifica paternità di uno o più vestiti cuciti a Napoli senza andare a leggere l’etichetta interna?  E’ differente, cioè, l’abito del sarto napoletano Tizio da quello del sarto napoletano Caio? No!

A Napoli tutti i sarti cucinano lo stesso piatto. E così succede a Milano e a Londra.

Pertanto, se si può parlare di differenze fra la scuola napoletana e quella milanese e/o inglese, non è possibile evidenziare differenze sostanziali fra i vari appartenenti alle diverse e predette scuole e non si può attribuire a nessuno di loro capacità distintive degne di nota.

Ma è da chi e da dove non ti aspetti che arriva un esempio di gusto, di stile  e di modello che esce fuori da ogni schema e che sta dando un forte scossone a questa sartoria stanca e noiosa.

E’ Valentino Ricci, un avvocato pugliese che con il suo ormai famoso marchio Sciamàt, più che restaurare una vecchia immagine di vestito, ne ha proposta una completamente nuova e originale.

Si parte con le spalle, la cui linea appare concava e non tristemente  convessa, e si prosegue con tutta una serie di innovazioni che hanno portato Sciàmat a diventare  in poco tempo un brand riconoscibile in tutto il mondo.

E’ una storia di gusto che, contaminato da una deformazione professionale, vede un brevetto per ogni dettaglio e che, come accade per tutti i grandi, a dispetto dei suoi imitatori e falsi profeti, registra clienti che arrivano in Puglia da ogni parte del mondo. Ed è una storia così interessante che ho raggiunto telefonicamente il suo principale protagonista per avere maggiori informazioni utili a capire cosa rende unici al mondo i suoi abiti e le sue giacche.

D: Come nasce Sciamàt, e cosa l’ha spinto a cambiare vita e lavoro, avendo fatto studi giuridici?

R: Sciàmat nasce per assecondare una personale passione che ho sempre avuto per gli abiti di sartoria e prende vita nel momento in cui decede il sarto a cui avevo affidato la costruzione dei miei personali vestiti dal 1985 al 1998 e mi ritrovo orfano della possibilità di proseguire, dal punto in cui ero arrivato e con chicchessia altro sarto, il mio percorso sartoriale.
Dopo quindici anni e non so quanti vestiti sbagliati mi convinsi, infatti, che solo aprendo io una sartoria e mettendo il sarto “a stipendio” avrei potuto fargli fare esattamente l’abito che avevo in mente,  senza dover continuare a lottare con quei pregiudizi che un qualsiasi sarto “autonomo” è abituato ad opporti o quando tende ad andare ultra petitum o, più ricorrentemente, quando non è capace di fare quello che di nuovo per lui può venirgli richiesto. phpThumb_generated_thumbnailjpg (1)phpThumb_generated_thumbnailjpg (6)Pur parendomi buona e sensata l’idea del “sarto a stipendio”, mi resi conto, al 4^ anno di attività, che nessuno dei sarti che si erano avvicendati alle mie dipendenze era capace di farsi da parte e di eseguire con scevra maestria e nuda professionalità il progetto vestimentario affidatogli di volta in volta, e sempre mio tramite, dai diversi clienti che mi onoravano della loro committenza. Mi armai di coraggio,  mi confrontai con nessun altro se non con me stesso e decisi che era giunto il momento di aggiuphpThumb_generated_thumbnailjpgngere le mani alla faccia che avevo messo sino a quel momento nella mia attività, e che questa da secondaria che era, sarebbe diventata, più che primaria, l’unica e sola.
Come avevo sino ad allora sempre visto fare, stesi un taglio di stoffa sul tavolo da lavoro, ne controllai il verso, vi posizionali a filo dritto il mio cartamodello che segnai a gesso e tagliai per la prima volta un (mio) vestito. E mentre mi sembrava di aver fatto tutto quanto andava fatto, mi resi conto che “il dietro” della giacca lo avevo segnato e tagliato senza “rimesso al fondo”; così trovandomi nella necessità di ordinare un altro metro di stoffa per un “dietro” nuovo, ma allo stesso tempo colla certezza che da quel momento nessun altro avrebbe mai più tagliato un vestito nella mia sartoria. E’ vero, come Lei stesso dice quando mi fa la domanda, che cambiarono la mia vita e il mio lavoro e che persero senso quasi completamente i miei studi giuridici, ma, a dispetto di tutti i sarti esistenti, è anche vero che da allora si accese una originalissima stella nel firmamento della sartoria mondiale: Sciamàt!

 D: Come potrebbe definire il suo stile? E’ possibile ricondurlo alla tradizione   sartoriale napoletana?

R: Lo stile Sciàmat non vuole, non può e non deve essere ricondotto ad alcuna tradizione sartoriale. Il mio stile, infatti, è frutto soltanto di una personalissima ed originale idea di vestito che – debbo essere sincero – pare essere molto condivisa sino ad essere diventata, questa si, fonte di inspirazione per molti.
Al fine di escludere ogni possibilità  di ricondurre il mio stile a quello napoletano, posso dire che a Napoli la I^ "pinces" sul davanti della giacca arriva fino al fondo, mentre nel mio caso muore quando  inizia la tasca; inoltre non conosco sartorie napoletane che indirizzano il "cran" a 90 gradi, come faccio io da sempre; a Napoli la “scolla” (rectius linea di cucitura che unisce collo e petto) ha una direzione diversa dalla linea di cucitura delle spalle, mentre nel mio caso le due linee sono parallele; a Napoli, proprio in consiphpThumb_generated_thumbnailjpg (9)derazione della direzione della “scolla”, il collo lascia ai "revers" libertà di movimento verso il basso, mentre nel mio caso i "revers" restano sempre fermi dove li inchiodo col collo; a Napoli i rimessi della manica  vengono sottomessi a quelli della spalla e, assieme a questi, girati sotto la spalla medesima, mentre nel mio caso avviene l’esatto contrario; a Napoli non si sono mai visti (al di là di qualche vile e recente tentativo di copia) spacchi posteriori fermati a più di 30 cm dal fondo come, invece, è sempre avvenuto nel mio caso; a Napoli sempre a dispetto di millantate quanto bizzarre, vacue e banali pretese di simili anteriorità, non si sono mai viste (esclusi i soliti vili e recenti tentativi di copia) forme di tasca a toppa come quelle inventate e brevettate dal sottoscritto; a Napoli non si nono mai viste e/o prodotte giacche con spalle concave, pur assolutamente prive, come nel mio caso, di ogni relativa imbottitura; così come non si sono mai prodotte giacche prive di ogni e qualsivoglia sostegno interno che, purtuttavia, e come nel mio caso, sono capaci di restare educate e composte quando le tieni addosso a differenza di quelle tante giacche talmente piene all'interno da sembrare soltanto corazze o scafandri e, comunque, incapaci di tenere quella compostezza.
Con ciò mi auguro di essere riuscito a dimostrare come Napoli non sia la fonte ispiratrice del mio stile che, assai più modestamente, trae sostanza dalla mia personalità e sintetizza il bagaglio esperienziale che la nutre. Ciò non significa che Napoli, al pari di Londra, non rappresenti una tradizione sartoriale unica e degna sul serio di essere definita tale e piena di una serie di segreti talmente irriducibili che la loro valenza saràper sempre.

D: Cosa pensa in merito al futuro della sartoria italiana tenuto conto dell’apertura dei mercati?

R: Il futuro della sartoria italiana dovrebbe essere il più roseo, specie se si tiene conto dell’apertura del mercato, eppure sembra quello Atelier 2esposto al peggiore dei rischi, giacché, se non interviene un cambio di mentalità, di abitudini e di costumi, rischia l’estinzione, potendosi trovare già con i nostri figli priva di alcun senso, rispetto ad abitudini vestimentarie che, per la verità, penso siano già oggi più definitive di quanto non sembri.

bn_sciamat_eventsluis_wl_7023D: Se dovesse in tre aggettivi descrivere il suo stile, quali sarebbero?

R: Aristocratico, sensuale, originale.

Un ringraziamento particolare a Valentino Ricci, vero Gentleman di altri tempi, per il tempo dedicatomi e la passione che mi ha trasmesso con le sue parole ed il suo lavoro.

Spero quest’articolo Vi sia piaciuto, quanto a me ha emozionato scriverlo, arricchendo con una nota di eleganza questa mia modesta finestra sul mondo del bel vestire 😉

Stay bespoke!

Aboutaman 

okdscn7903_1Ph credits: http://www.sciamat.com

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