“Tie or not tie”….this is the problem

La cravatta, così come la vediamo oggi è frutto di una lunga evoluzione storica che l’ha fatta divenire da oggetto di utilità ad oggetto ornamentale, o “accessorio” che dir si voglia. Oggi infatti, non troviamo più, nell’abbigliamento maschile, un ruolo “attivo” della cravatta che non sia quello di renderci più eleganti, quasi a sigillare, se mi passate il termine, il colletto della camicia e farci sentire “a posto”. Ma quali sono le origini e soprattutto l’evoluzione che ha portato la cravatta a diventare un simbolo indiscusso dell’eleganza maschile?

Così come un calzolaio vi dirà che dalle scarpe si capisce una persona, io penso che dalla cravatta, dal modo di annodarla, di portarla, (lasca o ben annodata) dal suo colore, tessuto possiamo capire chi abbiamo davanti. Se infatti la cravatta è un simbolo, può esserlo sia in positivo che in negativo, pertanto non ci improvvisiamo a conoscitori di tessuti, di nodi o di abbinamenti vari, perché il passo da uomini eleganti a uomini ridicoli è breve!

Cenni storici: C’è chi fa risalire la cravatta ai tempi dell’impero romano, allorquando i legionari la usavano per motivi igienici o climatici come pezzo di stoffa legato intorno al collo, con il nome di ” focale”.

Tuttavia mi sembra più realistico associare il concetto moderno di cravatta al XVII secolo, quando fece la sua timida comparsa con i mercenari croati durante la guerra dei trent’anni e quando, nel 1661 Luigi XIV istituì la carica di “cravattaio” del re, gentiluomo cui era assegnato il compito di aiutare il sovrano ad abbellire ed annodare la cravatta.

E’ però solo nel XX° secolo, che la cravatta avrà la sua consacrazione, e assumerà le vesti con cui oggi la conosciamo. Infatti è nel 1925 che il cravattaio americano Jesse Langdorsf brevettò una cravatta lunga, meno sgualcita e più stabile, e soprattutto fu il primo a tagliare il tessuto con un angolo retto rispetto alla direzione della trama invece che parallelamente. Il brevetto fu registrato sotto il marchio “Resilio” ed a partire da quel momento nella creazione di cravatte è cambiato ben poco. I prodotti si differenziano soltanto per quanto riguarda la qualità dei materiali e del rinforzo, nella quantità del tessuto lavorato e la percentuale di lavoro fatto a mano.

download (2)download (1)La cravatta come simbolo: tranne che per il periodo degli anni sessanta e settanta, in cui la cravatta è stata associata al simbolo della classe dominante e indicatore di idee civili, la cravatta è sempre stata un accessorio neutrale. A maggior ragione oggi, chi sceglie di indossare la cravatta, lo fa volontariamente e senza una sovrastruttura ideologica, ed anzi, si nota un ritorno anche delle nuove generazioni a riscoprire la cravatta, magari in stile “preppy”, ossia impersonando quella sub-cultura nata negli States durante gli anni ’70 all’interno delle preparatory school, ossia quelle scuole che indirizzavano i ragazzi agli studi superiori, da cui appunto il nome di “preppy”. La cravatta sta vivendo una seconda giovinezza.

Tessuto: Le migliori cravatte sono interamente realizzate in seta. Fra tutti i tessuti nessuno possiede caratteristiche in termini di resistenza, brillantezza e flessibilità più adatti alla realizzazione di cravatte. Detto questo, esistono anche cravatte in lana e/o cachemire, che si sposano benissimo con tessuti invernali come flanelle e “tweeds”, e sul versante estivo cravatte in lino, misto lino/seta e “popeline irlandese” (misto seta e lana). Per quanto riguarda l’interno, la fodera in lana è un “must” che rende possibile non solo la realizzazione di bei nodi, ma permette anche alla cravatta di ritrovare rapidamente la forma originaria una volta sciolto il nodo. Le buone cravatte sono realizzate a mano, e se parliamo di cravatta di alta categoria, questo punto non è assolutamente negoziabile: una cravatta così realizzata non è mai né rigida né inerte, ma, al contrario, sempre morbida e liscia. Se, ciò nonostante, la cravatta non è realizzata integralmente a mano è fondamentale che almeno la piega della parte interna sia fermata, alla due estremità, da un punto cucito a mano, e così anche la cucitura della “colonna vertebrale” deve essere particolarmente fluida (tecnica chiamata “slip stitch”), in modo da lasciare alla cravatta quella libertà necessaria affinché possa ritrovare facilmente la sua forma.

Curiosità. Se sul retro le due parti della colonna vertebrale sono cucite in modo molto serrato, quella che avete di fronte è una cravatta di qualità mediocre realizzata a macchina. In compenso, se la cucitura vi sembra un po’ lassa significa che è stata fatta a mano e quindi la cravatta è realizzata secondo le regole tradizionali dell’arte sartoriale.

Il lato interno di ogni estremità (“tipping”) dovrebbe essere del medesimo materiale della cravatta stessa. Sulle cravatte di qualità queste non sono nemmeno ricoperte, dato che la cravatta è realizzata integralmente a partire di un “carré” di seta piegato sette volte, senza fodera, in modo che sia la seta stessa a fornire spessore all’oggetto.

Purtroppo oggi, i costi di produzione in continuo rialzo e la concorrenza cinese hanno contribuito a far si che l’interno della cravatta sia fatto in altro materiale più economico.

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Pertanto, scendendo di un gradino la scala della qualità troviamo le cravatte chiamate “quattro pieghe” (double four foulds), dall’apparenza simile alle “sette” pieghe, con la differenza che utilizzano meno seta, che sono foderate e le estremità sono ricoperte. Evidentemente, queste raffinatezze sono esclusivamente psicologiche, dato che solo colui che indossa la cravatta è in grado di notare queste differenze, ma come detto in altre occasioni il vero lusso è ciò che gli altri non vedono 😉

Larghezza della cravatta: la larghezza di una cravatta inglese tradizionale è di 3 pollici e ¼ (8,2 cm), anche se in Italia spesso preferiamo cravatte più larghe, rischiando a volte di esagerare. Il limite superiore, da non superare mai è 4 pollici (10,2 cm), oltre siamo al circo!!

Quando si tratta di scegliere quale cravatta portare con quale camicia o quale giacca, due cose devono essere prese immediatamente in considerazione: il colore e il livello di formalismo. Per quanto riguarda il colore, quello predominante nella cravatta dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, oppure essere complementare ai due, come una cravatta gialla portata con un “blazer” blu e una camicia blu e bianca.

pal2palSe la vostra cravatta presenta due o più colori di densità uguale, allora almeno uno di questo dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, e gli altri non dovranno aggredire i colori di queste. Le cravatte con tre o più colori sono ammesse unicamente se accompagnate da abiti dai toni particolarmente discreti. Per tutto il resto, c’è sempre il circo!! 😉

Per quanto riguarda invece il livello di formalismo necessario, uno degli assiomi di partenza è che le cravatte scure sono più formali di quelle più chiare. E che qualunque sia il tipo le cravatte di seta sono sempre più formali di quelle fabbricate in lino, in lana o in cachemire.

Le cravatte in tricot con un fondo dritto sono le meno formali di tutte e si abbinano bene con i colli “button-down” e delle giacche sportive, o dei completi informali in tweed.

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Le cravatte club, con dei piccoli disegni su fondo unito, sono le successive sulla scala del formalismo. Se le insegne sulla cravatta rappresentano un club specifico o una scuola della quale non avete mai fatto parte, non dovreste indossarla.

Qui sotto, da sinistra a destra le cravatte regolamentari dell’università di Liverpool, della Royal Air Force e dell’università di Cardiff.

Le cravatte a righe (o regimental) sono, in generale, abbastanza informali, ma tutto dipende dal modo con il quale sono portate e dal colore, perché possono anche raggiungere buoni livelli di formalismo. Molto versatili, si sposano a meraviglia con le camicie a quadri, e dovrebbero far parte di ogni guardaroba maschile, dato che possiedono due qualità non trascurabili: quella di snellire i volti troppo larghi e di affilare quelli troppo dolci. Nate in Inghilterra come simbolo di appartenenza a uno specifico reggimento militare, (da cui il nome di regimental) o a una particolare scuola, ne esistono ovviamente di fantasia, senza alcun collegamento con alcuna istituzione esistente.

La scelta migliore in tema di regimental è, a mio avviso, di portare le regimental c.d. “italiane”, che non solo non hanno alcun legame con particolari scuole o unità militari, ma sono anche caratterizzata da una variazione nell’intensità delle righe, facendone variare la dimensione. Al contrario, le righe inglesi sono sempre uniformi e realizzate con del Reps di seta.

Curiosità. Tradizionalmente, le righe devono scendere da sinistra verso destra (dal punto di vista di colui che indossa la cravatta), ma alcune “maisons” come la statunitense Brook Brothers propone espressamente cravatte con motivo invertito, dunque da destra verso sinistra, per distinguersi dai britannici.

 Se siete arrivati fino a questo punto vorrete però sapere come si annoda una cravatta, giusto?? Richiesta legittima, che esaudirò in uno dei miei prossimi articoli!

Dimenticavo…un consiglio per il gentil sesso…”Dite ad un uomo che vi piace la sua cravatta e vedrete la sua personalità schiudersi come un fiore”.

Per i maschietti è sempre valido il buon Oscar Wilde…”Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita”.

Alla prossima!

Aboutaman

 

 

 

 

 

 

 

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2 comments

    1. Thanks for the comment! I usually use the tie for my job, but I always try to maintain a style “casual” or “preppy” when you wear it.
      Great your site!

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