sartoriale

La giacca napoletana svela i suoi segreti…

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Cari readers,

spero le vostre vacanze siano andate bene. Le mie hanno lasciato una sola certezza…sono finite 🙂

E’ quindi tempo di tornare pian piano alle solite abitudini e così, con rinnovato entusiasmo riprendo l’immaginario percorso volto a  raccontare quel mondo del menstyle a me caro, nella speranza di rappresentare, per chi legge, una sana e costruttiva distrazione dai propri impegni quotidiani.

In molti (in realtà i quattro fedeli amici che mi seguono assiduamente 🙂 ) mi chiedono quali siano i tratti distintivi di una giacca “napoletana”, perché oggi si parla tanto, di mappine, rollini, sgrazilli e barchette, ma ho capito che c’è una certa confusione sull’argomento ed in fondo, in pochi, davanti ad una giacca sono davvero “preparati”. E così nelle vetrine dei negozi si leggono spesso parole quali tailored, bespoke, sartoriale, che non fanno altro che alimentare la confusione sull’argomento.

Ovviamente non ho la presunzione di far tornare il sereno nel cielo delle incertezze sartoriali, ma almeno mi sia concesso di far “passare” qualche raggio di sole, che permetta a chiunque di saper riconoscere le caratteristiche specifiche che connotano la giacca napoletana, oggi vero e proprio must have nel guardaroba maschile.

Nei miei precedenti articoli, oltre a qualche cenno storico ho già individuato alcuni tratti distintivi della giacca napoletana, quali il fatto che, nel monopetto è a “tre bottoni ma viene stirata a due”, ha un collo alto e presenta spacchi laterali profondi, che in molti casi possono arrivare anche ai 28-30 cm. La tasca applicata, invece, è a pignata, per la sua forma peculiare, simile a quella di una pentola. La tela all’interno è leggera, la fodera è a metà o è assente. La ripresa (pence) sul davanti si fa fino al fondo, il taschino in petto è a barchetta e i bottoni sulla manica sono uno, per il blazer sportivo e due distanziati, per l’abito. I revers sono ampi, in genere non meno di 8-10 cm.

Tutto chiaro? Ovviamente no e così ho pensato di mettere una lente di ingrandimento su ciascuno di questi elementi, così da chiarire meglio i singoli concetti.

La manica “a mappina”

images (1) La manica con l’aria vissuta, che non disdegna le pieghe all’attaccatura, dà la possibilità di muoversi con disinvoltura, senza mai conferire un aspetto ingessato, ma rilassato e disinvolto. La “repecchia” o “mappina” è proprio quella caratteristica che presupponendo un giromanica “a camicia”, si ottiene lavorando sulla lentezza della “tromba” della manica. Quest’ultima avrà un’ampiezza maggiore del giromanica e così quando si unisce la manica al giro si avrà proprio quell’effetto che fa effetto “straccio” o, appunto “mappina”, conferendo nel contempo alla giacca una maggiore elasticità nei movimenti della spalla.

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Uno dei “sostenitori” della manica a “mappina” è senz’altro Valentino Ricci, co-fondatore di Sciamàt, del quale ho già parlato qui. Infatti, nelle sue creazioni è evidente la piegatura che si forma sulla manica, che conferisce quell’aria vissuta e quasi “spiegazzata” alla giacca. Nello specifico il giromanica è molto stretto rispetto alla manica e così l’effetto voluto e creato è quasi un “arricciamento” della manica sulla spalla.

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La tasca “a pignata”

Altra caratteristica della giacca napoletana è il taschino sul petto, che a differenza del classico stile inglese viene tagliato leggermente concavo sull’orlo superiore, in modo che risulti simile al profilo di una barca o una pentola, a secondo della similitudine che più ci aggrada. Anche le tasche laterali, generalmente applicate ” a toppa”, secondo la tradizione partenopea sono spesso realizzate con lo stesso taglio a “barchetta” o, appunto “a pignata”. Si tratta di un vezzo estetico che non ha un rilievo funzionale ma è nel contempo uno dei tratti distintivi delle giacche napoletane.

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Prossimamente approfondiremo altri aspetti della giacca napoletana…e se nel frattempo vi è venuta voglia di una giacca su misura ed abitate a Roma o dintorni, potete rivolgervi agli amici della Sartoria Giuliva, vero e proprio “tempio” della sartoria napoletana a Roma, nonché profondi conoscitori ed amanti del “bel vestire”.

Alla prossima!

Aboutaman

 

Ph credit:  // http://www.sciamat.com // http://www.thebespokedudes.com //

 

Summer pants…made in italy of “BERWICH”

IMG_5683The latest edition of Pitti Uomo, it was an opportunity not only to meet old and new friends, but also to “breathe” new trends, and understand how we wear next spring / summer.

There could be no better opportunity to deepen their knowledge of a brand that manufactures pants since 1975, and does it with style, elegance, and especially in Italy.

In time of relocation and products that “made ​​in Italy” are only the scent, there are those who still produces its garments in Italy.

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L’ultima edizione del Pitti Uomo è stata un’opportunità non solo per incontrare vecchi e nuovi amici, ma anche per “respirare” le nuove tendenze, e capire come ci vestiremo la prossima primavera/estate.

shopsOccasione migliore non poteva esserci per approfondire la conoscenza di un marchio che produce pantaloni dal 1975, e lo fa con stile, eleganza e sopratutto in Italia. In tempo di delocalizzazioni “furenti” e prodotti che di “made in italy” hanno solo il profumo, c’è chi ancora produce i suoi capi interamente in Italia.

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IMG_5678A passion was born in a small garage in the 70s by the idea of ​​two young men, Michele and Anna Fumarola, still the owners. The company is part of the textile district of Martina Franca, one of the most important industrial centers in the Italian sector of clothing and due to the thrust of the new generation, consisting of Graziana, Antonella, Angelo, Massimo the company, as always “contractor “under the name of ICOMAN, since 2007, has decided to create its own brand of pants, just Berwich – pure Made in Italy.

Thanks to the valuable contribution of approximately 100 employees, the company holds full production process within its walls, without any relocation. Inside the lab, the fusion of high technology and traditional tailoring to ensure the efficiency of production and quality. The style is taken care of internally, born from creative ideas that aim to give the Chiefs connotations of recognition, through the use of excellent fabrics, refined details, fit-to-date, elegant packaging. The attention to detail is the strength of the team style, which also takes care of the tone of the cotton, the mix of colors, the merit of the stitching and accessories. Nothing is left to chance.

 The company occupies an area of ​​about 10,000 square meters, with over 180 production steps and has a daily capacity of about 1,200 heads.


company-ctUna passione nata in un piccolo garage negli anni ‘70 dall’idea di due giovani, Michele ed Anna Fumarola, ancora oggi i titolari. L’azienda fa parte del distretto tessile di Martina Franca, uno tra i poli industriali più importanti nel comparto italiano dell’abbigliamento e grazie alla spinta propulsiva della nuova generazione, costituita da Graziana, Antonella, Angelo, Massimo l’azienda, da sempre “contoterzista”, sotto il nome di ICOMAN, dal 2007 ha deciso di creare il proprio marchio di pantaloni, appunto BERWICH – puro Made in Italy.

catania-schizzo-abbigliamento-calvin-klein-bearwich-sconto30-29351-Wdettaglio1Grazie al contributo prezioso di circa 100 addetti, l’azienda detiene integralmente il processo produttivo all’interno delle proprie mura, senza alcuna delocalizzazione. All’interno del laboratorio, la fusione di alta tecnologia e tradizione sartoriale garantisce l’efficienza produttiva e qualitativa. Lo stile è curato internamente, nasce da spunti creativi che mirano a dare ai capi connotati di riconoscibilità, grazie all’impiego di tessuti d’eccellenza, dettagli raffinati, vestibilità aggiornate, packaging elegante. La cura dei particolari è la forza del team stile, che si prende cura anche del tono del cotone, del mix di colori, del pregio delle cuciture e degli accessori. Nulla è lasciato al caso.

L’azienda occupa una superficie di circa 10.000 metri quadrati, e con oltre 180 passaggi produttivi ha una capacità giornaliera di circa 1200 capi.

BERWICH

 

See you soon!

Alla prossima!

Aboutaman 

Socks…dove li metto?

Nelle ultime settimane, l’alternarsi di giornate belle e soleggiate con altre più dal sapore autunnale hanno creato dei piccoli “crash” nel mio guardaroba. Nulla di preoccupante, sia chiaro, la giornata va avanti lo stesso, però mi sono ritrovato spesso davanti all’armadio con la classica domanda: “come mi vesto”? 

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Già, perché se al mattino la necessità è quella di coprirsi fino alle orecchie, in pausa pranzo succede che, uscendo dall’ufficio ci si senta fuori luogo, avvolti in sciarpe e giacche imbottite. Per questo il suggerimento è quello di scegliere, in questi periodi un abbigliamento che potremmo definire “a strati”, così da avere al mattino un’adeguata copertura, ma che sia anche facilmente trasformabile per le ore più calde della giornata. Tutto questo per dire che oggi vorrei parlare di…calzini e forse se la prendo un po’ alla larga è proprio perché in questa stagione si hanno più dubbi nel rispondere alla domanda, quale calzino? Non voglio tediarvi sulla storia del calzino, su come e quando è nato e sulle prime forme di espressione di questo elemento dell’abbigliamento maschile. Facciamo direttamente un salto nella storia ed arriviamo ai giorni di oggi, dove il calzino, a differenza del lontano passato storico, è coperto dai pantaloni, limitandosi ad occhieggiare da sotto il risvolto inferiore.

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La tendenza è tuttavia quella di mettere sempre più in mostra il calzino come conseguenza dell’accorciamento ormai sdoganato dei pantaloni da uomo, ricordate? Questo porta, per un verso a dover porre ancora maggior attenzione nella scelta della calza giusta, ormai in bella mostra in qualunque “outfit” maschile di tendenza, dall’altra apre scenari nuovi sul fronte della valorizzazione che la calza può apportare nella “costruzione” del proprio look. C’è poi un vento di novità sceso dal nord (si sa la moda, geograficamente parlando, scende sempre e non sale mai!) che vuole la caviglia dell’uomo priva della calza, anche ed addirittura in “outfit” assolutamente formali, laddove le regole classiche del bel vestire vengono messe in totale discussione. Non entro nel merito di quest’ultima scelta poiché la moda è effimera e ciò di cui oggi ci affanniamo a discutere domani è già cambiato. Però mi piace ricordare la differenza tra moda e stile…la prima passa, mentre lo stile non dovrebbe mai abbandonare il vero gentleman…. ma qui inizia la palude del soggettivismo, per cui oltre non mi sento di andare.

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Se siete tra coloro che la calza la mettono e, salvo i casi consentiti in cui la possiamo lasciare nel cassetto, come ad esempio in vacanza al mare, vorrei lasciarvi poche regole che aiutino a capire come scegliere quest’accessorio spesso sottovalutato del nostro abbigliamento. 1) La calza deve sempre essere lunga: se dovessimo dimostrare un teorema questo dovrebbe essere l’assunto iniziale, ossia nelle nostre ipotesi non vi è l’opzione calza corta! Perche? Se vi state chiedendo il perché vuol dire che almeno una volta nella vita ci siete caduti…spero solo che non fosse stata anche bianca 🙂 e così introduciamo anche il 2) assunto della nostra teoria…la calza bianca andrebbe messa solamente per praticare certi tipi di sport (Es. tennis) oppure se è l’uniforme a richiederla (Es. Marina Militare in estate, Infermiere, etc.). Punto… non esistono altri casi in cui è concessa. Alcune foto valgono più di mille risposte…

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Potrei fermarmi qui lo so, perché richiamando i due assunti appena citati ho già messo in crisi buona parte del pubblico maschile, ma spero anche di aver preso un piccolo plauso da quello femminile, stanco di vedere i propri partner con queste due macchie bianche sotto i pantaloni, per di più corte!! Torniamo a noi, e tocchiamo il tema, a mio avvivo più importante, ma anche più difficile da interpretare, ossia quello legato al modo di abbinare il calzino con il resto dell’outfit. Punto di partenza è che anche un bel look può essere rovinato da un calzino fuori luogo ed a meno che non ci chiamiamo Luca Giurato, dobbiamo fare molta attenzione! Anche il calzino “di qualità”, se messo sotto l’abbigliamento sbagliato può creare una distonia cromatica che rovina anche le migliori intenzioni. Per cui, se pensiamo al calzino come qualcosa di invisibile che serve per coprirci e che nessuno noterà, siamo sulla strada sbagliata. Prima o poi ci dovremo sedere, magari di fronte ad altre persone, per non parlare dei casi in cui ci dobbiamo spogliare davanti a qualcuno! Lo sapete che la libido di una donna scende vertiginosamente davanti ad un bel calzino corto di spugna bianco… 😉

Accostamenti ed abbinamenti cromatici: l‘ideale, nella scelta della calza sarebbe quella di selezionarla al mattino insieme al resto del nostro abbigliamento, magari adagiando il tutto sul letto e vedere se gli accostamenti cromatici funzionano. Inoltre, da sapere che le calze di lana non si abbinano bene ad un abito di cheviott, ossia quella lana filata a trama grossa, ma si abbinano meglio ad una abito in lana pettinata. E distinguendo tra la lana, una calza di medio spessore si abbina bene ad un pantalone di flanella, mentre una calza di lana più spessa a coste (o anche liscia)  si abbina ottimamente ad un pantalone di tweed. Per l’abbigliamento formale è da preferire la calza più leggera, possibilmente in filo di scozia, mentre per l’outfit sportivo ci possiamo divertire un po’ di più, sia a livello di pesantezza del tessuto che di trama.

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Inoltre il vero gentleman dovrebbe scegliere le calze da solo, sapendo che il tessuto può essere in cotone, in lana, o seta, e che l’abbinamento “giusto” non dipende solamente dalla scarpa ma anche dalla giacca, dalla camicia ed a volte addirittura dalla pochette. Se poi siamo indecisi un consiglio è quello di scegliere sempre i colori delle calze, con gli stessi criteri consigliati per la scelta delle cravatte: tinta unita (blu, bordeaux, marrone scuro, grigio, verde bottiglia) oppure con disegni molto piccoli e vedrete che sarà molto difficile sbagliare. Una volta presa un po’ di dimestichezza e scalato le classifiche nel mondo “Gentleman”, potrete spaziare tra righe, quadri, rombi, e scegliere di volta in volta la propria calza, in modo tale che diventi un plus ed un trait d’union tra i vari elementi del nostro abbigliamento, rendendolo particolare ed appropriato in ogni circostanza.

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Infine piccolo suggerimento, le calze non vanno indossate ancora umide ed vanno arrotolate verso il basso prima di infilarle. Il lavaggio va fatto senza aggiungere additivi chimici all’acqua, usare solo il sapone; quelle di lana vanno lavate con acqua fredda e con saponi idonei.

Alla prossima

Aboutaman

L’abito “sartoriale”

Ci siamo mai chiesti che cosa si intende per “sartoriale”? Se lo chiediamo a chi ha meno di 50 anni forse risponderà con un mix di “fatto bene, bello, su misura”. Tutto vero, ma non basta…almeno a me.

Negli ultimi 30 o 40 anni, la percezione comune del termine “sartoriale” è cambiata. Il passaggio, verso la metà degli anni 70 dall’haute couture al prêt à porter ha fatto si che pian piano si confondesse tale concetto con la “griffe”. Il binomio “firmato-bello” ha invaso il mercato della moda ed è riuscito in pochi anni a cambiare il pensiero del consumatore, fino al punto di farlo sentire bene solo se vestito “firmato”. Questo, a tutto vantaggio delle grandi case di moda che hanno potuto programmare in largo anticipo le loro produzioni, realizzando nel contempo enormi economie di scala, a scapito però, della qualità e dell’unicità dei prodotti; ma la cosa, forse più sorprendente è che questa epocale trasformazione è stata “venduta” come il miraggio che l’alta moda fosse accessibile a tutti, attraverso il prêt-à-porter.

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Sono così venuti a crollare, uno dopo l’altro, tutti i punti di riferimento legati alla tradizione sartoriale, fino al punto che oggi “avere” un sarto, significa quasi essere “snob” se mi passate il termine, mentre tornando indietro, nel passato dei nostri nonni, il sarto era l’unica risposta all’esigenza di “vestire”. E così, le “confezioni”, come si chiamavamo tanti anni fa, hanno finito ben presto per affiancare e poi soppiantare quasi del tutto la figura del sarto, e con lui un mondo pieno di fascino, che oggi non c’è più…

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Pian piano i marchi “cuciti” addosso ai vestiti hanno sostituito ed appiattito il concetto del “bel vestito, fatto bene, sartoriale”. Si sono iniziati a trascurare aspetti fondamentali degli abiti, quali il tessuto, il taglio, le cuciture, guardando semplicemente al marchio, con il quale sentirsi rassicurati, grazie al senso di omologazione/accettazione che “sfoggiarlo” porta con sè.

Oggi più che mai, il termine sartoriale appare “abusato”, dal momento che tutto è chiamato sartoriale, anche paradossalmente il prodotto realizzato dai “confezionisti”,…o almeno così ci fanno credere. Nel ricambio generazionale la cultura per il sarto è venuta meno; sono, infatti pochi i “maschietti” che, oggi conoscono le caratteristiche di un abito su misura, e sanno cogliere le abissali differenze  tra un abito confezionato ed uno “bespoke”. A ciò si aggiunga che, praticamente nessuno, acquistando un capo guarda l’etichetta interna, dove è indicata la composizione ed i materiali usati, e spesso si finisce per portare a casa bel “pacchetto” di poliammide, viscosa e, nel peggiore dei casi, nylon.

Questo accade poiché ci lasciamo guidare invece che guidare, ci lasciamo dire cosa indossare e cosa non indossare, cosa è “cool” e cosa non lo è, e spesso non ci accorgiamo che così diventiamo ogni giorno di più, tutti uguali…

Ora, capiamoci bene, questo non vuol dire che io non compri cose di marca, anzi, sarei un ipocrita se dicessi il contrario. Però lo faccio con la consapevolezza che esiste un’altro universo…quello del “bespoke“, del vestito fatto su misura, della “creatura” che non nasce in una catena di montaggio per tutti, ma solo per me! E’ quel mondo in cui il sarto, che mi riceve nella sua atelier o anche “bottega”, se vogliamo parlare semplice, cerca di capire cosa voglio, senza portarmi sulla sua strada, semplicemente seguendo le mie inclinazioni, sposandole con la sua maestria. 

Ma cos’è chi distingue un capo fatto “in serie” da uno “sartoriale”? Per rispondere ho contattato per voi uno dei più grandi interpreti della sartoria italiana contemporanea, fondatore di “Sciamàt” e di un nuovo modo di “fare abiti”. Il suo nome è Valentino Ricci, la sua storia e ciò che pensa sull’argomento lo potrete leggere presto in un articolo a lui dedicato…

Vi lascio con alcune foto che anticipano l’intervista a Valentino Ricci ed al suo “Sciamàt”

Stay “bespoke”!

Disegno del modello 1

Disegno a mano del modello

Segno del modello con gesso

Segno del modello con gesso

taglio a mano del tessuto

Taglio a mano del tessuto