aboutaman

Cambio di stagione…”Polo ralph lauren” addicted

Cari readers,

lo scorso week-end ho approfittato di qualche ora di libertà dagli impegni lavorativi per riorganizzare, almeno mentalmente, l’armadio. Ritengo questa “procedura” di assoluta importanza in questo momento dell’anno, perchè la “pianificazione” serve a tracciare le linee guida che ci porteranno nell’inverno senza sbagliare un colpo.

Mi spiego meglio. Aprire l’armadio ed iniziare a “far respirare” il guardaroba invernale permette di fare una prima selezione dei capi che quest’anno andranno nel cesto del “wear – do not wear. Questa prima “scrematura” è anche necessaria per far spazio nell’ambiente più amato dagli “shopping addicted”…l’armadio.

In tal modo, in un momento dell’anno dove ancora si indossano capi di “mezza stagione”, riesco a capire cosa “mi serve” (in senso metaforico ovviamente 🙂 ) e cosa no, ed essere razionale nel momento dell’acquisto.

Infatti, mi è capitato di ritrovare capi che non ricordavo di avere e che magari avevo preventivato di acquistare a breve, ignaro di averlo già fatto stagioni passate! Com’è possibile, direte voi? E’ possibile quando si parla di “acquirenti seriali” come il sottoscritto!

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Fatto “l’inventario” passo a scrivere una lista di capi che, ripartiti per tipologia (scarpe, pantaloni, giacche, etc) ho intenzione di comperare. (non uso scientemente il termine “ho bisogno”). Questa tecnica mi permette di essere poco “istintivo” e sensibile al richiamo delle vetrine luccicanti, come Ulisse fece con le sirene… 🙂

Un consiglio. Io controllo anche lo stato di usura di quei capi che definirei “iconici”. Mi riferisco, ad esempio, ad un maglione girocollo di cashmere blu o grigio, ad una giacca blazer blu, ad un jeans basic o anche una scarpa oxford nera. Questi capi sono basici ed anche se vengono sostituiti non cambiano mai, tuttavia essendo messi e rimessi decine di volte si “consumano” di più.

imagesTornando al discorso iniziale, lo scorso week end ho fatto la prima selezione di ciò che sicuramente non indosserò per l’inverno 2014/2015, creando quindi spazio ai nuovi arrivi. Con stupore ho notato che nelle stagioni passate ho comperato molti capi di un brand da tutti conosciuto, ossia la “Polo Ralph Lauren”, soprattutto polo e camicie, che uso nel tempo libero, ma anche maglioni e felpe. Per cui, dato che il mio tempo libero è poco, ho deciso che, in proporzione, polo e camicie sono troppe! 😉 Pertanto per la prossima stagione A/I mi rivolgerò ad altri acquisti ed anzi del brand in questione mi disferò di qualche esemplare ormai datato.

Per rendere l’idea, e molti sono ancora ben chiusi nell’invernale…

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Quanto detto, ovviamente non esaurisce un argomento molto vasto, ma vuole rappresentare un piccolo esempio di come si possa programmare ed indirizzare gli acquisti futuri, senza rischiare inutili spese. Acquistare in modo”efficace”, di questi tempi è fondamentale per un gentlman moderno, attento allo stile, ma anche alle proprie finanze 😉

Altre argomentazioni sul tema le trovate anche qui.

 Alla prossima!

Aboutaman

Tra noi e la pioggia…Francesco Maglia

Cari readers,

l’autunno di avvicina e torna, inevitabilmente alla mente un accessorio che, a seconda degli eventi climatici può fare la differenza tra una bella ed una brutta giornata…sto parlando dell’ombrello 🙂 Ovviamente non voglio spiegarvi a cosa serve, eppure in pochi sapranno che l’ombrello, come dice la parola stessa (ombra) nasce non tanto per proteggersi dalla pioggia, quanto dal sole. Infatti la storia narra che nel 1176 il doge di Venezia chiese al papa Alessandro III il permesso di apparire in pubblico protetto da un ombrello appositamente creato. Verso la fine del Settecento in Francia, il parasole era già diventato un oggetto di uso comune, ma solo nell’Ottocento, fino ai primi anni del Novecento il parasole raggiunse in Francia e in Italia una grande fortuna. Molti dipinti dell`epoca ritraggono donne e ragazze con il loro ombrellino, il grazioso accessorio che sottolineava l`eleganza dell`abito. Tale usanza, oggi resiste solamente in oriente, mentre in Occidente, l`ombrello viene esclusivamente usato quando piove.

Francesco Maglia ombrelli

Francesco_Maglia_Umbrella_Finaest_2Parlando di ombrelli, uno dei simboli dell’Italia che porta alto nel mondo il “made in Italy”, ha la faccia di un bambino arguto nonostante i 195 centimetri di altezza e i capelli bianchi…il suo nome è Francesco Maglia, ed è l’ultimo ombrellaio artigiano d’Italia, il quinto Francesco che dopo 160 anni, insieme al fratello Giorgio, fa ancora gli ombrelli nell’azienda di famiglia, a Milano.

Storia: L’avo Francesco Maglia iniziò l’attività quale apprendista ombrellaio nel 1850 in una fabbrica di ombrelli a Montechiari (BS) all’età di 14 anni.L’origine della Famiglia è della Valganna, il nonno ed il padre del fondatore erano carbonai e taglialegna.Nel 1854, all’età di 18 anni, Francesco Maglia entrò come socio in una piccola fabbrica di ombrelli a Verolanuova (BS), successivamente trasferitosi a Pavia avviò l’attività in conto proprio.mNel 1876 la ditta si trasferì a Milano in Corso Genova 7, dove è rimasta fino al 2003, anno in cui si trasferisce in via Ripamonti 194. I Maglia hanno sempre fabbricato ombrelli e cappelli di paglia, la lavorazione dei cappelli è cessata nel 1923.

Il segreto di questa tradizione sta nei materiali, poiché per creare un ombrello tutto a mano si parte dal bastone da passeggio, rigorosamente intero, e sono necessari 70 passaggi che iniziano scegliendo bene il legno tra malacca, frassino, olivo, castagno con e senza buccia, nodoso bambù e nocciolo. Successivamente vengono fissate due molle, una doppia noce in alto e una “canola”. A questi pezzi si uniscono  8 /10 “balene” o stecche in acciaio, quindi si passa al tessuto, che ormai non è più seta, ma poliestere più cotone, che viene tessuto a mano.

Hunting-collectionLa copertura può essere a pois, regimental, tinta unita, righe, principe di Galles e jacquard, mai stampati. Ultima fase, la scelta dell’impugnatura, applicata sul bastone: pelli pregiate cucite a mano, in colori diversi, ma anche corna, parte di palchi di cervo e montone, radici contorte ad arte dalla natura e perfino esotici denti di facocero. Tutto termina con la stiratura a vapore, a ombrello aperto.

Ogni fase della produzione è compiuta presso la sede Maglia “vecchia Milano” in via Ripamonti  dove, attraverso una raffinata esecuzione, si crea l’ombrello su misura. Ogni anno ne vengono prodotti “solamente” 15mila lunghi e 5mila telescopici, di cui il 90 per cento è destinato all’estero, su ordinazione di  negozi leggendari come James Smith & Sons umbrellas di Londra, di noti department store in America e Giappone  e  di grandi firme dello stile. Per l’Italia poche sartorie e boutique hanno la fortuna di commercializzare questi veri e propri “manufatti” che, aggiungerei, è quasi un peccato vedere bagnati con la pioggia 🙂

Alla prossima

Aboutaman

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Scampoli d’estate…

Cari readers,

il calendario dice che l’estate ha i giorni contati, nonostante le temperature ancora invoglino a colori dal sapore tipicamente estivo. Settembre è da sempre il mese della ripresa degli impegni lavorativi o scolastici e così, anche gli outfits necessariamente si adeguano, sostituendosi a quelli vacanzieri, più spensierati e colorati.

IMG_0456Vi propongo il mio ultimo abbinamento “spezzato”, che “pesca” direttamente nell’estate in fatto di colori e tessuti. Ho scelto un pantalone panna ed una giacca “tailored” in puro cotone con effetto leggermente invecchiato, di colore marrone. Completano l’outfit camicia pied de poule bianca e celeste, papillon fantasia marrone in pura seta e cinta in camoscio color aragosta, abbinata ad un paio di mocassini fatti a mano. Gli occhiali sono i Rayban cytrus dalle lenti molto riposanti 😉

Spero che l’effetto finale vi piaccia!

Alla prossima!

Aboutaman

Dettagli giacca: Due bottoni con revers da 8 cm, spacchi posteriori alti 24 cm e fondo manica a 13,50 cm, 4 asole funzionali per lato.

English

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Dettagli:

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//Soufino Roncacè jacket //Incotex pants // Santoni shoes //Eredi Pisanò belt //Vintage bowtie //Erreffe camicie //Rayban sunglasses //8 bag

La giacca napoletana svela i suoi segreti… la grande bellezza

Cari readers,

mi viene in mente un recente film che ho visto da poco, “La grande bellezza”, e non riesco a non pensare alla perfezione di uno smoking con i revers a lancia, alla manica “a mappina” di una giacca tagliata impeccabilmente, al volteggio segreto di una pochette che si affaccia da un taschino dell’acclamato protagonista Joe Gambardella, il personaggio che Tony Servillo interpreta nel film. Con le sue giacche colorate e la sua insolente eleganza, ha conquistato i dandy di tutto il mondo.

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A mio modesto parere, tutto questo clamore intorno al personaggio, discutibile, ma senz’altro affascinante, non fa altro che avvicinare anche i più scettici al meraviglioso mondo del “su misura”. Ricordo, infatti che alcuni degli abiti indossati da Tony Servillo nel film sono stati per lui confezionati dalla Sartoria Attolini….quell’Attolini (Vincenzo) a cui si attribuisce la nascita della giacca “svuotata”, o a camicia, tratto distintivo della sartoria partenopea.

Pertanto, mosso dalla curiosità di approfondire l’immaginario percorso intrapreso nel precedente articolo, il focus oggi riguarda la parte alta della giacca napoletana, ossia il bavero ed il collo. 

Il bavero (revers)

Il bavero della giacca ha un fascino incompreso. La moda, con qualche rara eccezione, lo vuole piccolo, stretto, quasi infinitesimale. La sartoria, per fortuna, lo fa largo, bello, adeguato al torace e alla personalità di chi lo indossa. Una volta un sarto disse: “Più il bavero è largo, più la giacca sembrerà stretta in vita”. Si riferiva all’effetto ottico per cui un bavero grande copre di più il davanti della giacca, facendolo sembrare più piccolo. Di norma, la sua larghezza dovrebbe essere proporzionata alla statura della persona. Dieci, undici o dodici sono i centimetri preferiti in sartoria, contro gli otto, i sette e a volte anche sei centimetri delle giacche di confezione.

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Il bavero “a lancia”, tipico del doppiopetto, è più formale, ma può anche dare un tocco di stile ad un semplice abito mono petto. Tradizionale, “a lancia” o “a scialle” che sia, la magia del revers sartoriale sta nel suo disegno a mano sul cartamodello. Il risultato è una “pancia” o una punta ogni volta diverse. C’è chi lo fa più pesante, mettendo all’interno tela, crine di cavallo e pelo cammello, come da tradizione nella sartoria milanese; c’è chi lo fa leggero, come a Napoli, inserendo solo uno strato di tela da 150 grammi; c’è chi, infine, non mette nemeno la tela all’interno, preferendo il cotone. Un consiglio: per avere conferma che un bavero è sartoriale, bisogna guardare al di sotto. Si troverà una nuvola di punti con la funzione di fermare il tessuto sulla tela.

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Il collo

Tratto distintivo della giacca, inoltre, è il collo. La sartoria napoletana lo preferisce alto, mentre le scuole sartoriali nordiche sono più inclini a farlo basso. E’ una zona particolarmente delicata della giacca, perché è lì che l’occhio esperto cade per vedere se il capo ha una buona vestibilità; infatti una regola unanimemente approvata in questo campo è sicuramente quella per cui il collo della giacca non deve “scollare”: la giacca, quando è abbottonata, deve stare attaccata al colletto della camicia, specialmente sul dietro, nonostante i movimenti. Questi ed altri dettagli fanno la differenza tra un capo solo “costoso” e un capo “fatto bene”.

Il “cran”

Il “cran”, termine che oscilla tra il cacofonico e lo sconosciuto. Divenuto celebre a Napoli con il più affabile nome di “sgarzillo”, è quell’angolo che si crea tra il collo e il bavero; normalmente ha un’ampiezza inferiore a 90° ed è detto “a bocca di pesce”, molto comune sia in sartoria che nelle giacche di confezione. La celebre sartoria bitontina Sciamát ha registrato, invece, un cran a 90°, rendendo riconoscibili a distanza le sue rivoluzionarie giacche. La maggiore ampiezza è frutto di un bavero molto generoso che, andando quasi a sfiorare la spalla crea inevitabilmente un angolo retto tra collo e bavero stesso.

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Cran a 90°

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Cran a “bocca di pesce”

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Cran brevettato dalla sartoria “Sciamàt”

Alla prossima!

Aboutaman

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La giacca napoletana svela i suoi segreti…

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Cari readers,

spero le vostre vacanze siano andate bene. Le mie hanno lasciato una sola certezza…sono finite 🙂

E’ quindi tempo di tornare pian piano alle solite abitudini e così, con rinnovato entusiasmo riprendo l’immaginario percorso volto a  raccontare quel mondo del menstyle a me caro, nella speranza di rappresentare, per chi legge, una sana e costruttiva distrazione dai propri impegni quotidiani.

In molti (in realtà i quattro fedeli amici che mi seguono assiduamente 🙂 ) mi chiedono quali siano i tratti distintivi di una giacca “napoletana”, perché oggi si parla tanto, di mappine, rollini, sgrazilli e barchette, ma ho capito che c’è una certa confusione sull’argomento ed in fondo, in pochi, davanti ad una giacca sono davvero “preparati”. E così nelle vetrine dei negozi si leggono spesso parole quali tailored, bespoke, sartoriale, che non fanno altro che alimentare la confusione sull’argomento.

Ovviamente non ho la presunzione di far tornare il sereno nel cielo delle incertezze sartoriali, ma almeno mi sia concesso di far “passare” qualche raggio di sole, che permetta a chiunque di saper riconoscere le caratteristiche specifiche che connotano la giacca napoletana, oggi vero e proprio must have nel guardaroba maschile.

Nei miei precedenti articoli, oltre a qualche cenno storico ho già individuato alcuni tratti distintivi della giacca napoletana, quali il fatto che, nel monopetto è a “tre bottoni ma viene stirata a due”, ha un collo alto e presenta spacchi laterali profondi, che in molti casi possono arrivare anche ai 28-30 cm. La tasca applicata, invece, è a pignata, per la sua forma peculiare, simile a quella di una pentola. La tela all’interno è leggera, la fodera è a metà o è assente. La ripresa (pence) sul davanti si fa fino al fondo, il taschino in petto è a barchetta e i bottoni sulla manica sono uno, per il blazer sportivo e due distanziati, per l’abito. I revers sono ampi, in genere non meno di 8-10 cm.

Tutto chiaro? Ovviamente no e così ho pensato di mettere una lente di ingrandimento su ciascuno di questi elementi, così da chiarire meglio i singoli concetti.

La manica “a mappina”

images (1) La manica con l’aria vissuta, che non disdegna le pieghe all’attaccatura, dà la possibilità di muoversi con disinvoltura, senza mai conferire un aspetto ingessato, ma rilassato e disinvolto. La “repecchia” o “mappina” è proprio quella caratteristica che presupponendo un giromanica “a camicia”, si ottiene lavorando sulla lentezza della “tromba” della manica. Quest’ultima avrà un’ampiezza maggiore del giromanica e così quando si unisce la manica al giro si avrà proprio quell’effetto che fa effetto “straccio” o, appunto “mappina”, conferendo nel contempo alla giacca una maggiore elasticità nei movimenti della spalla.

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Uno dei “sostenitori” della manica a “mappina” è senz’altro Valentino Ricci, co-fondatore di Sciamàt, del quale ho già parlato qui. Infatti, nelle sue creazioni è evidente la piegatura che si forma sulla manica, che conferisce quell’aria vissuta e quasi “spiegazzata” alla giacca. Nello specifico il giromanica è molto stretto rispetto alla manica e così l’effetto voluto e creato è quasi un “arricciamento” della manica sulla spalla.

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La tasca “a pignata”

Altra caratteristica della giacca napoletana è il taschino sul petto, che a differenza del classico stile inglese viene tagliato leggermente concavo sull’orlo superiore, in modo che risulti simile al profilo di una barca o una pentola, a secondo della similitudine che più ci aggrada. Anche le tasche laterali, generalmente applicate ” a toppa”, secondo la tradizione partenopea sono spesso realizzate con lo stesso taglio a “barchetta” o, appunto “a pignata”. Si tratta di un vezzo estetico che non ha un rilievo funzionale ma è nel contempo uno dei tratti distintivi delle giacche napoletane.

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Prossimamente approfondiremo altri aspetti della giacca napoletana…e se nel frattempo vi è venuta voglia di una giacca su misura ed abitate a Roma o dintorni, potete rivolgervi agli amici della Sartoria Giuliva, vero e proprio “tempio” della sartoria napoletana a Roma, nonché profondi conoscitori ed amanti del “bel vestire”.

Alla prossima!

Aboutaman

 

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