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Socks…dove li metto?

Nelle ultime settimane, l’alternarsi di giornate belle e soleggiate con altre più dal sapore autunnale hanno creato dei piccoli “crash” nel mio guardaroba. Nulla di preoccupante, sia chiaro, la giornata va avanti lo stesso, però mi sono ritrovato spesso davanti all’armadio con la classica domanda: “come mi vesto”? 

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Già, perché se al mattino la necessità è quella di coprirsi fino alle orecchie, in pausa pranzo succede che, uscendo dall’ufficio ci si senta fuori luogo, avvolti in sciarpe e giacche imbottite. Per questo il suggerimento è quello di scegliere, in questi periodi un abbigliamento che potremmo definire “a strati”, così da avere al mattino un’adeguata copertura, ma che sia anche facilmente trasformabile per le ore più calde della giornata. Tutto questo per dire che oggi vorrei parlare di…calzini e forse se la prendo un po’ alla larga è proprio perché in questa stagione si hanno più dubbi nel rispondere alla domanda, quale calzino? Non voglio tediarvi sulla storia del calzino, su come e quando è nato e sulle prime forme di espressione di questo elemento dell’abbigliamento maschile. Facciamo direttamente un salto nella storia ed arriviamo ai giorni di oggi, dove il calzino, a differenza del lontano passato storico, è coperto dai pantaloni, limitandosi ad occhieggiare da sotto il risvolto inferiore.

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La tendenza è tuttavia quella di mettere sempre più in mostra il calzino come conseguenza dell’accorciamento ormai sdoganato dei pantaloni da uomo, ricordate? Questo porta, per un verso a dover porre ancora maggior attenzione nella scelta della calza giusta, ormai in bella mostra in qualunque “outfit” maschile di tendenza, dall’altra apre scenari nuovi sul fronte della valorizzazione che la calza può apportare nella “costruzione” del proprio look. C’è poi un vento di novità sceso dal nord (si sa la moda, geograficamente parlando, scende sempre e non sale mai!) che vuole la caviglia dell’uomo priva della calza, anche ed addirittura in “outfit” assolutamente formali, laddove le regole classiche del bel vestire vengono messe in totale discussione. Non entro nel merito di quest’ultima scelta poiché la moda è effimera e ciò di cui oggi ci affanniamo a discutere domani è già cambiato. Però mi piace ricordare la differenza tra moda e stile…la prima passa, mentre lo stile non dovrebbe mai abbandonare il vero gentleman…. ma qui inizia la palude del soggettivismo, per cui oltre non mi sento di andare.

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Se siete tra coloro che la calza la mettono e, salvo i casi consentiti in cui la possiamo lasciare nel cassetto, come ad esempio in vacanza al mare, vorrei lasciarvi poche regole che aiutino a capire come scegliere quest’accessorio spesso sottovalutato del nostro abbigliamento. 1) La calza deve sempre essere lunga: se dovessimo dimostrare un teorema questo dovrebbe essere l’assunto iniziale, ossia nelle nostre ipotesi non vi è l’opzione calza corta! Perche? Se vi state chiedendo il perché vuol dire che almeno una volta nella vita ci siete caduti…spero solo che non fosse stata anche bianca 🙂 e così introduciamo anche il 2) assunto della nostra teoria…la calza bianca andrebbe messa solamente per praticare certi tipi di sport (Es. tennis) oppure se è l’uniforme a richiederla (Es. Marina Militare in estate, Infermiere, etc.). Punto… non esistono altri casi in cui è concessa. Alcune foto valgono più di mille risposte…

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Potrei fermarmi qui lo so, perché richiamando i due assunti appena citati ho già messo in crisi buona parte del pubblico maschile, ma spero anche di aver preso un piccolo plauso da quello femminile, stanco di vedere i propri partner con queste due macchie bianche sotto i pantaloni, per di più corte!! Torniamo a noi, e tocchiamo il tema, a mio avvivo più importante, ma anche più difficile da interpretare, ossia quello legato al modo di abbinare il calzino con il resto dell’outfit. Punto di partenza è che anche un bel look può essere rovinato da un calzino fuori luogo ed a meno che non ci chiamiamo Luca Giurato, dobbiamo fare molta attenzione! Anche il calzino “di qualità”, se messo sotto l’abbigliamento sbagliato può creare una distonia cromatica che rovina anche le migliori intenzioni. Per cui, se pensiamo al calzino come qualcosa di invisibile che serve per coprirci e che nessuno noterà, siamo sulla strada sbagliata. Prima o poi ci dovremo sedere, magari di fronte ad altre persone, per non parlare dei casi in cui ci dobbiamo spogliare davanti a qualcuno! Lo sapete che la libido di una donna scende vertiginosamente davanti ad un bel calzino corto di spugna bianco… 😉

Accostamenti ed abbinamenti cromatici: l‘ideale, nella scelta della calza sarebbe quella di selezionarla al mattino insieme al resto del nostro abbigliamento, magari adagiando il tutto sul letto e vedere se gli accostamenti cromatici funzionano. Inoltre, da sapere che le calze di lana non si abbinano bene ad un abito di cheviott, ossia quella lana filata a trama grossa, ma si abbinano meglio ad una abito in lana pettinata. E distinguendo tra la lana, una calza di medio spessore si abbina bene ad un pantalone di flanella, mentre una calza di lana più spessa a coste (o anche liscia)  si abbina ottimamente ad un pantalone di tweed. Per l’abbigliamento formale è da preferire la calza più leggera, possibilmente in filo di scozia, mentre per l’outfit sportivo ci possiamo divertire un po’ di più, sia a livello di pesantezza del tessuto che di trama.

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Inoltre il vero gentleman dovrebbe scegliere le calze da solo, sapendo che il tessuto può essere in cotone, in lana, o seta, e che l’abbinamento “giusto” non dipende solamente dalla scarpa ma anche dalla giacca, dalla camicia ed a volte addirittura dalla pochette. Se poi siamo indecisi un consiglio è quello di scegliere sempre i colori delle calze, con gli stessi criteri consigliati per la scelta delle cravatte: tinta unita (blu, bordeaux, marrone scuro, grigio, verde bottiglia) oppure con disegni molto piccoli e vedrete che sarà molto difficile sbagliare. Una volta presa un po’ di dimestichezza e scalato le classifiche nel mondo “Gentleman”, potrete spaziare tra righe, quadri, rombi, e scegliere di volta in volta la propria calza, in modo tale che diventi un plus ed un trait d’union tra i vari elementi del nostro abbigliamento, rendendolo particolare ed appropriato in ogni circostanza.

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Infine piccolo suggerimento, le calze non vanno indossate ancora umide ed vanno arrotolate verso il basso prima di infilarle. Il lavaggio va fatto senza aggiungere additivi chimici all’acqua, usare solo il sapone; quelle di lana vanno lavate con acqua fredda e con saponi idonei.

Alla prossima

Aboutaman

Day on a motorcycle

Cari lettori (biker e non) vi presento il mio ultimo “outfit”, scelto per partecipare all’evento “Bmw tour 2014”, che nella seconda tappa in calendario si è fermato in una location assolutamente premiante, rappresentata dal lago di Castel Gandolfo, vicino Roma, e che anche grazie ad un clima ormai primaverile ha raccolto numerosi appassionati e semplici curiosi.

Bmw ha presentato le sue ultime creazioni su due ruote, mentre sul fronte quattro ruote ha permesso di provare la sua scoperta a due posti, la nuova Bmw z4…. 😉

L’outfit

Per l’abbigliamento, come è d’obbligo in questi casi, ha avuto la precedenza comodità e sicurezza stradale, pertanto ho scelto un paio di jeans da moto, giacca con protezioni spalle e gomiti, casco modulare e guanti. Vi lascio qualche foto nella speranza di trasmettervi la piacevole aria che si respirava grazie alla bella location ed all’ottima organizzazione del team Bmw.

La prova

Ho avuto la possibilità di provare in due giornate diverse una Bmw 1200 RT liquid da 125 cv e la nuova R1200 nineT, vero gioiello in fatto di estetica ed “appeal” commerciale. Le mie impressioni tecniche, se interessati le trovate qui.

Lamps a tutti! 🙂

Aboutaman

 

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Accessorio…necessario

Spesso si parla di quanto la cura del particolare renda unico e distintivo un oggetto o una persona. E’ per questo che vorrei dedicare qualche articolo per parlare di accessori e di quanto, a volte, nascosti o poco visibili facciano la differenza tra un bel look ed un semplice “carino ma manca qualcosa”. 

Mi capita, a volte di parlare con persone che investono molto per acquistare scarpe, vestiti, camicie ma che alla vista appaiono, come dire, incomplete. Già, perché l’accessorio svolge la funzione di “collante” tra i vari elementi di un look, e li lega come farebbero le uova in un impasto. Certo non bisogna esagerare, e quindi essere adorni di tutto il possibile andando a nascondere o rovinare anche i più iconici dei capi di abbigliamento. Dico solamente che, uscire di casa senza accessori è uno spreco di potenzialità.

E’ per questo motivo che gli accessori nascondono un paradosso intrinseco nel loro nome, essendo quanto mai necessari! 

Tra i tanti accessori, chi ha resistito a molti inverni continuando a suscitare l’interesse e la bramosia di ogni uomo, è senz’altro lui…..l’orologio, ormai non più oggetto per conoscere l’ora, ma vero e proprio “status symbol“.

I marchi noti sono sempre gli stessi e la lista appare in continua evoluzione:

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Ma come nasce l’orologio moderno?

Le origini sono quanto mai funzionali e solo nel tempo l’orologio assurge a vero e proprio gioiello nel guardaroba maschile e femminile. Infatti, la prima forma di segna-tempo apparve con la ”meridiana“, cioè un paletto conficcato nel terreno che, a seconda della posizione del sole, proiettava l’ombra dello stesso paletto sul terreno, dando così la possibilità agli antichi di capire in quale momento della giornata si era giunti. La grande problematica di questo sistema per la “lettura” era l’impossibilità di poter “leggere l’ora” in assenza del sole, quindi nelle ore notturne e nei periodi invernali per gli antichi era un problema che doveva essere risolto ben presto.

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Dopo la meridiana venne inventata la clessidra che in origine era caratterizzata dal fuoriuscita dell’acqua, da un contenitore a forma di cono, raccolta in un recipiente sottostante dando così la possibilità di poter “misurare” il livello raggiunto dall’acqua caduta. Questo sistema di misurazione venne adottato molti secoli dopo per la realizzazione degli orologi ad acqua.

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Fino al 1200 si susseguirono diversi stratagemmi per tenere traccia del tempo, ma è solo nel 1300 che, in Francia si ha il primo prototipo di orologio moderno, posizionato su di un campanile. In seguito nacquero anche i primi orologi da tavolo caratterizzati da un sola lancetta, cioè quella delle ore, ma ovviamente la precisione del minuto non esisteva, si poteva solo approssimare al quarto d’ora.

A prendere il posto di questi orologi da tavolo, furono i tanto amati ed eleganti orologi a pendolo, rimasti peraltro un oggetto d’arredamento fino ai giorni nostri. La prima forma di orologio a pendolo nacque nel 1657 ed era costituito da una barra, di legno o di metallo, tenuta ferma da un’estremità libera dall’altra, dove era collocato un peso che serviva ad effettuare delle tarature per settare la precisione.

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Da questo momento in poi furono diversi i tentativi di inventare un sistema sempre più preciso e sempre meno ingombrante per dare la possibilità a tutti di poter leggere il tempo in qualsiasi momento, e in qualsiasi luogo. E’ così che nacque l’orologio da taschino e poi, agli inizi del 900 i primi orologi al quarzo, perfezionati negli anni 60 per dare la possibilità di essere liberamente portati con se.

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Fu Patek Philippe, che inventò il primo orologio da polso, inizialmente utilizzato solo dalle donne. Per l’uomo si dovette scomodare Cartier, il quale realizzò per un suo amico pilota d’aerei un orologio da polso maschile. Da qui la storia è quasi contemporanea con il susseguirsi di nuove invenzioni che apportarono migliorie all’orologio, fino ad arrivare ai primi orologi a batteria, di cui Seiko, fu il pioniere che realizzò orologi a quadrante analogico con meccanismo mosso dall’elettricità di una piccolissima batteria.

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Ad ogni modo gli orologi più prestigiosi rimangono quelli con movimento meccanico, automatico inventati dalla Rolex, un azienda che non ha bisogno di presentazioni, che continua a regalarci ogni giorno momenti di assoluta raffinatezza.

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E’ vero, dirà qualcuno, che l’orologio al quarzo è più preciso di uno automatico ma anche un robot è più perfetto di un uomo….ma non per questo aspirerà mai a possedere il fascino dell’umana unicità.

Alla prossima con altri accessori maschili!

Aboutaman

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“Tie or not tie”….this is the problem

La cravatta, così come la vediamo oggi è frutto di una lunga evoluzione storica che l’ha fatta divenire da oggetto di utilità ad oggetto ornamentale, o “accessorio” che dir si voglia. Oggi infatti, non troviamo più, nell’abbigliamento maschile, un ruolo “attivo” della cravatta che non sia quello di renderci più eleganti, quasi a sigillare, se mi passate il termine, il colletto della camicia e farci sentire “a posto”. Ma quali sono le origini e soprattutto l’evoluzione che ha portato la cravatta a diventare un simbolo indiscusso dell’eleganza maschile?

Così come un calzolaio vi dirà che dalle scarpe si capisce una persona, io penso che dalla cravatta, dal modo di annodarla, di portarla, (lasca o ben annodata) dal suo colore, tessuto possiamo capire chi abbiamo davanti. Se infatti la cravatta è un simbolo, può esserlo sia in positivo che in negativo, pertanto non ci improvvisiamo a conoscitori di tessuti, di nodi o di abbinamenti vari, perché il passo da uomini eleganti a uomini ridicoli è breve!

Cenni storici: C’è chi fa risalire la cravatta ai tempi dell’impero romano, allorquando i legionari la usavano per motivi igienici o climatici come pezzo di stoffa legato intorno al collo, con il nome di ” focale”.

Tuttavia mi sembra più realistico associare il concetto moderno di cravatta al XVII secolo, quando fece la sua timida comparsa con i mercenari croati durante la guerra dei trent’anni e quando, nel 1661 Luigi XIV istituì la carica di “cravattaio” del re, gentiluomo cui era assegnato il compito di aiutare il sovrano ad abbellire ed annodare la cravatta.

E’ però solo nel XX° secolo, che la cravatta avrà la sua consacrazione, e assumerà le vesti con cui oggi la conosciamo. Infatti è nel 1925 che il cravattaio americano Jesse Langdorsf brevettò una cravatta lunga, meno sgualcita e più stabile, e soprattutto fu il primo a tagliare il tessuto con un angolo retto rispetto alla direzione della trama invece che parallelamente. Il brevetto fu registrato sotto il marchio “Resilio” ed a partire da quel momento nella creazione di cravatte è cambiato ben poco. I prodotti si differenziano soltanto per quanto riguarda la qualità dei materiali e del rinforzo, nella quantità del tessuto lavorato e la percentuale di lavoro fatto a mano.

download (2)download (1)La cravatta come simbolo: tranne che per il periodo degli anni sessanta e settanta, in cui la cravatta è stata associata al simbolo della classe dominante e indicatore di idee civili, la cravatta è sempre stata un accessorio neutrale. A maggior ragione oggi, chi sceglie di indossare la cravatta, lo fa volontariamente e senza una sovrastruttura ideologica, ed anzi, si nota un ritorno anche delle nuove generazioni a riscoprire la cravatta, magari in stile “preppy”, ossia impersonando quella sub-cultura nata negli States durante gli anni ’70 all’interno delle preparatory school, ossia quelle scuole che indirizzavano i ragazzi agli studi superiori, da cui appunto il nome di “preppy”. La cravatta sta vivendo una seconda giovinezza.

Tessuto: Le migliori cravatte sono interamente realizzate in seta. Fra tutti i tessuti nessuno possiede caratteristiche in termini di resistenza, brillantezza e flessibilità più adatti alla realizzazione di cravatte. Detto questo, esistono anche cravatte in lana e/o cachemire, che si sposano benissimo con tessuti invernali come flanelle e “tweeds”, e sul versante estivo cravatte in lino, misto lino/seta e “popeline irlandese” (misto seta e lana). Per quanto riguarda l’interno, la fodera in lana è un “must” che rende possibile non solo la realizzazione di bei nodi, ma permette anche alla cravatta di ritrovare rapidamente la forma originaria una volta sciolto il nodo. Le buone cravatte sono realizzate a mano, e se parliamo di cravatta di alta categoria, questo punto non è assolutamente negoziabile: una cravatta così realizzata non è mai né rigida né inerte, ma, al contrario, sempre morbida e liscia. Se, ciò nonostante, la cravatta non è realizzata integralmente a mano è fondamentale che almeno la piega della parte interna sia fermata, alla due estremità, da un punto cucito a mano, e così anche la cucitura della “colonna vertebrale” deve essere particolarmente fluida (tecnica chiamata “slip stitch”), in modo da lasciare alla cravatta quella libertà necessaria affinché possa ritrovare facilmente la sua forma.

Curiosità. Se sul retro le due parti della colonna vertebrale sono cucite in modo molto serrato, quella che avete di fronte è una cravatta di qualità mediocre realizzata a macchina. In compenso, se la cucitura vi sembra un po’ lassa significa che è stata fatta a mano e quindi la cravatta è realizzata secondo le regole tradizionali dell’arte sartoriale.

Il lato interno di ogni estremità (“tipping”) dovrebbe essere del medesimo materiale della cravatta stessa. Sulle cravatte di qualità queste non sono nemmeno ricoperte, dato che la cravatta è realizzata integralmente a partire di un “carré” di seta piegato sette volte, senza fodera, in modo che sia la seta stessa a fornire spessore all’oggetto.

Purtroppo oggi, i costi di produzione in continuo rialzo e la concorrenza cinese hanno contribuito a far si che l’interno della cravatta sia fatto in altro materiale più economico.

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Pertanto, scendendo di un gradino la scala della qualità troviamo le cravatte chiamate “quattro pieghe” (double four foulds), dall’apparenza simile alle “sette” pieghe, con la differenza che utilizzano meno seta, che sono foderate e le estremità sono ricoperte. Evidentemente, queste raffinatezze sono esclusivamente psicologiche, dato che solo colui che indossa la cravatta è in grado di notare queste differenze, ma come detto in altre occasioni il vero lusso è ciò che gli altri non vedono 😉

Larghezza della cravatta: la larghezza di una cravatta inglese tradizionale è di 3 pollici e ¼ (8,2 cm), anche se in Italia spesso preferiamo cravatte più larghe, rischiando a volte di esagerare. Il limite superiore, da non superare mai è 4 pollici (10,2 cm), oltre siamo al circo!!

Quando si tratta di scegliere quale cravatta portare con quale camicia o quale giacca, due cose devono essere prese immediatamente in considerazione: il colore e il livello di formalismo. Per quanto riguarda il colore, quello predominante nella cravatta dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, oppure essere complementare ai due, come una cravatta gialla portata con un “blazer” blu e una camicia blu e bianca.

pal2palSe la vostra cravatta presenta due o più colori di densità uguale, allora almeno uno di questo dovrà riflettere un colore presente nella vostra camicia o nella vostra giacca, e gli altri non dovranno aggredire i colori di queste. Le cravatte con tre o più colori sono ammesse unicamente se accompagnate da abiti dai toni particolarmente discreti. Per tutto il resto, c’è sempre il circo!! 😉

Per quanto riguarda invece il livello di formalismo necessario, uno degli assiomi di partenza è che le cravatte scure sono più formali di quelle più chiare. E che qualunque sia il tipo le cravatte di seta sono sempre più formali di quelle fabbricate in lino, in lana o in cachemire.

Le cravatte in tricot con un fondo dritto sono le meno formali di tutte e si abbinano bene con i colli “button-down” e delle giacche sportive, o dei completi informali in tweed.

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Le cravatte club, con dei piccoli disegni su fondo unito, sono le successive sulla scala del formalismo. Se le insegne sulla cravatta rappresentano un club specifico o una scuola della quale non avete mai fatto parte, non dovreste indossarla.

Qui sotto, da sinistra a destra le cravatte regolamentari dell’università di Liverpool, della Royal Air Force e dell’università di Cardiff.

Le cravatte a righe (o regimental) sono, in generale, abbastanza informali, ma tutto dipende dal modo con il quale sono portate e dal colore, perché possono anche raggiungere buoni livelli di formalismo. Molto versatili, si sposano a meraviglia con le camicie a quadri, e dovrebbero far parte di ogni guardaroba maschile, dato che possiedono due qualità non trascurabili: quella di snellire i volti troppo larghi e di affilare quelli troppo dolci. Nate in Inghilterra come simbolo di appartenenza a uno specifico reggimento militare, (da cui il nome di regimental) o a una particolare scuola, ne esistono ovviamente di fantasia, senza alcun collegamento con alcuna istituzione esistente.

La scelta migliore in tema di regimental è, a mio avviso, di portare le regimental c.d. “italiane”, che non solo non hanno alcun legame con particolari scuole o unità militari, ma sono anche caratterizzata da una variazione nell’intensità delle righe, facendone variare la dimensione. Al contrario, le righe inglesi sono sempre uniformi e realizzate con del Reps di seta.

Curiosità. Tradizionalmente, le righe devono scendere da sinistra verso destra (dal punto di vista di colui che indossa la cravatta), ma alcune “maisons” come la statunitense Brook Brothers propone espressamente cravatte con motivo invertito, dunque da destra verso sinistra, per distinguersi dai britannici.

 Se siete arrivati fino a questo punto vorrete però sapere come si annoda una cravatta, giusto?? Richiesta legittima, che esaudirò in uno dei miei prossimi articoli!

Dimenticavo…un consiglio per il gentil sesso…”Dite ad un uomo che vi piace la sua cravatta e vedrete la sua personalità schiudersi come un fiore”.

Per i maschietti è sempre valido il buon Oscar Wilde…”Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita”.

Alla prossima!

Aboutaman

 

 

 

 

 

 

 

Walking through the roman aqueduct

Il contrasto tra il blu del cielo ed il verde del prato mi ha quasi obbligato a scattare qualche foto durante l’ora del pranzo…indosso la mia nuova giacca di Lardini in doppio petto cotone e lino, assolutamente appropriata per i 20° che segna il termometro. Le scarpe di Dama sono una provocazione con il verde intenso che si confonde nel prato ma mi sono piaciute abbinate alla cravatta in maglina di Gallo, che fa tanto estate…

Il problema è stato rientrare in ufficio 😉

Spero l’outfit vi piaccia ma è soprattutto la location che mi è sembrata particolarmente invogliante…

A presto!

Aboutaman

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